di Sandra Caschetto
“Negli ultimi anni abbiamo sentito parlare sempre più spesso di autismo nelle scuole. Ma quando i numeri iniziano a raccontare una tendenza stabile e costante, vale la pena fermarsi a riflettere su ciò che sta cambiando davvero nelle nostre classi e nella nostra società. Non è un’emergenza né una moda diagnostica. È una trasformazione sociale che chiede alla scuola italiana un nuovo salto culturale verso un’inclusione sempre più concreta”.
Di fronte ai numeri, spesso ci fermiamo alla superficie. Eppure ci sono statistiche che raccontano molto più di una semplice crescita. È il caso degli ultimi dati ISTAT sull’inclusione scolastica, che fotografano una realtà ormai evidente: i bisogni educativi legati ai disturbi del neurosviluppo, e in particolare all’autismo, non rappresentano più un fenomeno marginale o emergenziale. Sono una componente strutturale della scuola italiana.
Nell’anno scolastico 2024-2025 gli studenti con disabilità hanno raggiunto quota 377 mila, quasi il doppio rispetto a dieci anni fa. Oggi rappresentano il 4,8% della popolazione scolastica e la crescita continua anno dopo anno. ISTAT evidenzia inoltre una forte prevalenza maschile, coerente con la maggiore diffusione dei disturbi dello spettro autistico e di altri disturbi del neurosviluppo nei ragazzi.
Dietro questi numeri non c’è necessariamente un'”epidemia” di autismo, come qualcuno continua a sostenere. Piuttosto, assistiamo a una maggiore capacità diagnostica, a una crescente attenzione delle famiglie e a una scuola che, almeno sulla carta, riconosce meglio bisogni che in passato restavano invisibili.
La vera domanda, allora, non è perché aumentino le diagnosi. La domanda è se il sistema stia crescendo con la stessa velocità dei bisogni.
I dati raccontano una realtà fatta di luci e ombre. Da un lato aumentano gli insegnanti di sostegno, gli assistenti alla comunicazione e la quota di docenti specializzati. Dall’altro, oltre 57 mila insegnanti di sostegno risultano ancora privi della formazione specifica necessaria, mentre la continuità didattica continua a rappresentare uno dei problemi più sentiti dalle famiglie. Quasi sei studenti con disabilità su dieci cambiano insegnante di sostegno da un anno all’altro.
Per un bambino autistico questo dato non è un dettaglio burocratico. La relazione educativa è spesso parte integrante del percorso di apprendimento. Cambiare continuamente figure di riferimento significa ricominciare da capo, ricostruire fiducia, adattarsi a nuove modalità comunicative e relazionali.
Anche sul fronte delle risorse restano criticità importanti. Migliaia di studenti non ricevono ancora il supporto specialistico di cui avrebbero bisogno e molte scuole segnalano carenze nelle dotazioni tecnologiche adattate alle diverse esigenze.
Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione.
Per anni abbiamo parlato di inclusione come di un obiettivo. Oggi dovremmo iniziare a considerarla una competenza fondamentale del sistema educativo. Quando in una classe è presente un alunno con autismo, non beneficia soltanto lui di una scuola più attenta, più flessibile e più capace di personalizzare gli apprendimenti. Ne beneficiano tutti.
Le strategie che favoriscono la comprensione, l’organizzazione degli spazi, la comunicazione chiara e la valorizzazione delle differenze migliorano infatti la qualità dell’esperienza scolastica per l’intera comunità educativa.
L’autismo, in questo senso, non rappresenta una sfida che riguarda poche famiglie. È uno specchio attraverso cui osservare la capacità della scuola di rispondere alla complessità del presente.
I dati ISTAT ci dicono che siamo di fronte a una trasformazione strutturale. Non un’emergenza passeggera, non una parentesi statistica, ma una nuova realtà sociale.
La scuola italiana ha già compiuto passi importanti. Oggi però è chiamata a fare un salto culturale ulteriore: passare dalla logica dell’adattamento alla cultura dell’accoglienza.
Perché l’inclusione non si misura soltanto contando le ore di sostegno assegnate o le certificazioni rilasciate. Si misura nella capacità di ogni bambino e di ogni ragazzo di sentirsi riconosciuto, compreso e messo nelle condizioni di esprimere il proprio potenziale.
E questa, prima ancora che una questione educativa, è una questione di civiltà.

