“Curo decine di migliaia di pazienti. Nessuno di loro ha preso il Covid, perché nessuno di loro assume antinfiammatori. Trombosi venosa, coagulazione intravascolare disseminata e quadri mortali sono strettamente legati all’utilizzo di questi farmaci”. Salvatore Rainò, Medico Chirurgo, Specialista in Allergologia e Immunologia Clinica, Specialista in Medicina Interna, Omeopata Unicista, Ricercatore bioenergetico, non ha dubbi in merito al legame fra abuso di antinfiammatori e Covid 19. A dire il vero, come cita nella denuncia epocale appena presentata nei confronti di vari soggetti fra cui il presidente dell’Ordine dei medici Filippo Anelli, risulta che già a marzo 2020 “secondo alcuni studi l’anti infiammatorio peggiora le conseguenze del Covid 19. Il portavoce dell’OMS Chritsian Lindmeier in conferenza ha dichiarato di non assumere ibuprofene senza sentire il medico. Il ministro della salute francese Olivier Veran aveva avvertito del rischio e, un articolo su The Lancet aveva avanzato l’ipotesi che alcuni farmaci incluso l’Ibuprofene rappresentassero un rischio”.
Dottore dove ha maturato questa certezza in merito agli antinfiammatori?
In primis, dalla casistica gigantesca dei miei pazienti, decine di migliaia di persone che rispettano alla lettera le regole da me poste: niente antinfiammatori, niente antipiretici. Ho una casistica di svariate decine di migliaia di persone, molte delle quali hanno manifestato sintomi da raffreddamento curandosi con rimedi omeopatici. Nessuno ha contratto il Covid 19. La gente ignora che l’infiammazione è un programma biologico di alta efficienza che interviene per ripulire, per correggere errori. Al comparire dei primi sintomi si scivola in una situazione di assunzioni indiscriminata di farmaci, che provoca danni enormi.
Di quali danni parla?
Aumentato rischio trombotico dei vasi venosi polmonari, interstiziopatia polmonare, edema polmonare, insufficienza respiratoria, alterazioni della coagulazione miste ad attivazioni aspecifiche dei distretti infiammatori più pericolosi. Le manifestazioni cliniche, sostenute da meccanismi che non si realizzerebbero senza l’assunzione di farmaci a rischio, assumono tonalità gravi in molti pazienti, parecchi dei quali intasano i Reparti di terapia intensive e rianimazione. Ma tutto ciò, solo in questo ultimo anno, si è deciso che si chiami Covid, con tutte le altre conseguenze del caso.
Sta facendo un’affermazione molto netta…
Nessuno dei miei pazienti si è ammalato. E io sono molto radicale: si può derogare alla regola una volta, ma non due. Chi assume antinfiammatori non rimane mio paziente. E vado oltre: non solo i miei pazienti non hanno sviluppato il Covid 19, ma nemmeno patologie neoplastiche. Ovvero, zero tumori. La massima espressione dell’infiammazione è la febbre. Un fenomeno naturale, capace di riparare a situazioni anche molto gravi. Ma noi la blocchiamo immediatamente. Nei periodi autunno invernali che annunciano quasi ipnoticamente l’arrivo dell’influenza le persone iniziano a incrementare la propria abitudine ad assumere anti infiammatori e lo fanno a ritmo crescente perché la febbre è vietata, vietato assentarsi dal lavoro, impossibile raccogliersi qualche giorno per riprendersi.
Questi farmaci, che facilmente vengono assunti in dosi tossiche, ma anche senza raggiungere dosaggi elevate, trovano alcuni soggetti più inclini ad elaborare gli effetti collaterali. La situazione è molto simile a quella che abbiamo avuto nel 1918-20. Sono morte circa 50 milioni di persone, che avevano assunto Aspirina a dosaggi tossici. Dalle autopsie effettuate, è emerso che causa di morte era il disturbo dell’immunità per interferenza con la risposta infiammatoria, causata dagli antinfiammatori.
Può spiegare meglio cosa significa disturbo all’immunità in corso di infiammazione?
L’infiammazione, come ripeto, è il reclutamento veloce di una serie di meccanismi che ricompongono la salute. In clinica medica, tutte le volte che avevamo paziente particolari, incapaci di sviluppare la febbre, potevi dare tutti gli antibiotici del mondo: morivano. Senza febbre, senza infiammazione, non c’è guarigione. Quando ci sono sindromi febbrili vanno accompagnate con rimedi omeopatici. Nel caso della Spagnola, ad esempio, i pazienti sviluppavano infezioni opportunistiche, ovvero scatenate da microrganismi che normalmente non danno patologie. E ciò avveniva per l’azione disturbante degli antinfiammatori che prendevano il sopravvento e portavano a trombosi venosa, coagulazione intravascolare disseminata e altri fenomeni mortali.
Ma cosa deve fare una persona in caso di infiammazione? Come si deve reagire?
Bisogna correggere le problematiche che generano il problema infiammatorio. Non è un processo veloce ma è definitivo. Purtroppo, nella nostra società malata di velocità, le persone pretendono di guarire subito. Ad esempio, davanti a sintomi come febbre, mal di gola, perdita di olfatto e di gusto, tanti pazienti hanno assunto ripetutamente antipiretici e antinfiammatori. Se la febbre non scendeva, hanno aumentato la dose e hanno iniziato a sentirsi male, credendo che occorressero più antinfiammatori. L’antinfiammatorio rovina la risposta immunologica, stronca l’acme dell’infiammazione utile che è la risposta febbrile. In più, potenziano l’azione di altri farmaci spesso somministrati in persone anziane come ACE inibitori, Sartani e altre categorie farmaceutiche che predispongono e alimentano una base quasi pre-caricata di risposte perverse.
Lei ha fatto altresì un paragone fra i morti di spagnola e quanto accaduto nella zona di Bergamo
Parlano le autopsie, in entrambi i casi. Da un punto di vista istopatologico e addirittura microscopico, erano presenti quadri di infiammazione deviata con un ruolo spropositato dei germi. Lo stesso quadro della Spagnola in cui la causa di morte era la sovrainfezione batterica opportunista legata alla soppressione della risposta infiammatoria utile, dovuta all’uso spropositato di antinfiammatori.
di Sandra Caschetto

