Un percorso in dieci tappe per fare della ricerca scientifica il cuore del Made in Italy e coglierne finalmente il valore essenziale che ha per l’economia e lo sviluppo: è questa la scommessa del Patto per la Ricerca presentato oggi a Roma dal ministro per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca, Lorenzo Fioramonti. L’incontro, organizzato presso la Camera, è stato il primo atto di un dialogo nel quale istituzioni pubbliche e aziende private sono ora ufficialmente alleate per “rilanciare l’economia italiana in chiave sostenibile”.

Gli investimenti sono il primo punto del nuovo decalogo per rilanciare la ricerca, dopo che “la scure dei tagli” l’ha messa a rischio e ha costretto tanti giovani laureati a lasciare il Paese. La scommessa è perciò aumentare i fondi per ricerca e formazione universitaria, che oggi ammontano complessivamente a 23,4 miliardi: poco meno dell’1,4 del Pil sulla base dei valori del 2017. Sono cifre, queste, che secondo il ministro hanno “messo a rischio la ricerca nel nostro Paese, minacciando così la stessa sopravvivenza di una quota ampia del nostro potenziale innovativo”. Per Fioramonti “siamo ancora lontani dal modesto traguardo che il Paese si è dato per il 2020, ovvero l’1,53 e lontanissimi dalla media europea del 2% e dall’Obiettivo di Lisbona del 3%, recentemente rilanciato dall’Unione Europea e dall’Ocse”.

Aumentare i fondi per la ricerca sarà possibile solo se pubblico e privato uniranno gli sforzi e le imprese si impegneranno ad aumentare i loro investimenti in questo settore per arrivare al 3% degli utili. Uno sforzo che, secondo il Patto, dovrà essere accompagnato da nuove norme, prima fra tutte il credito d’imposta per chi investe in ricerca. “Chiediamo al mondo imprenditoriale italiano – ha detto il ministro – di sottoscrivere un Patto per la ricerca con cui ci impegniamo congiuntamente a rilanciare gli investimenti in ricerca come volano privilegiato di uno sviluppo davvero sostenibile e improntato al benessere umano, sociale, culturale e ambientale”.

Il Patto prevede inoltre che gli investimenti siano destinati ad attività rispettose dell’ambiente e condotte in co-produzione con università ed enti pubblici di ricerca, superando il tradizionale modello lineare di trasferimento tecnologico. Un altro obiettivo importante è far crescere in Italia la richiesta di lavoro qualificato, considerando che laureati e dottori di ricerca attualmente in Italia sono appena cinque su mille occupati, contro i 10 di Giappone e Stati Uniti e i 15 della Corea. Anche in questo caso invertire la rotta sarà possibile con l’aiuto delle imprese e il loro impegno ad aumentare la percentuale di lavoratori altamente qualificati.

Grazie a questi cambiamenti la ricerca potrà diventare il sostegno di attività innovative capaci di lasciare la loro impronta nel Made in Italy. Ricadute sociali e sul territorio, apertura internazionale, qualità del lavoro e riconversione industriale sono gli altri effetti positivi che puntare sulla ricerca potrà portare con sé. A coronamento del nuovo quadro, le imprese sono chiamate a impegnarsi anche nel varo dell’Agenzia nazionale per la ricerca, con compiti di finanziamento e trasferimento tecnologico.

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