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Educar(si) al lavoro: l’alternanza come strumento di una scuola che guardi alla “persona globale”

Il dibattito attorno al tema scuola è ricco ed articolato, meno diffuso è un ragionamento che contemperi in una stessa riflessione pedagogica il portato dei due grandi sistemi formativi italiani, la scuola e la formazione professionale, mettendone in luce limiti ed opportunità.

Scuola e formazione professionale sono elementi coesistenti nel panorama della formazione/istruzione. Un binomio che racconta di genesi differenti, di sistemi di riferimento, istituzionali e culturali distanti. Due mondi che hanno maturato negli anni pensieri, filosofie, culture pedagogiche e di intervento raramente comunicanti. La scuola – non fosse altro che per ragioni dimensionali – ha spesso “occupato” il pensiero e la ricerca pedagogica, meno è stato per la formazione professionale che, salvo da alcuni “appassionati”, è stata meno indagata nel suo dispositivo pedagogico. Eppure quello della formazione professionale è un sistema ricco ed articolato, che per molteplici ragioni, sia di necessità che di virtù, ha generato delle pratiche ricche, articolate, innovative.

Se la formazione professionale è frequentata da allievi «poco disponibili alla scuola classica» e se questi allievi hanno negli anni trovato un loro percorso di crescita personale e professionale, il merito va, forse, ad un dispositivo che ha fatto della flessibilità (da non confondersi con il lassismo) il suo tratto distintivo. Se dovessimo pensare alla didattica, nella formazione professionale, il primo termine che viene in mente è ingegneria formativa: modelli rigorosi ma costantemente innovativi orientati ad ottimizzare le risorse disponibili in una logica di soluzione dei problemi. Ed è propria del ruolo dell’adulto nella formazione professionale una costitutiva attenzione pedagogica all’altro. Un’attenzione che genera un meccanismo di legame con tutti i soggetti chiamati e coinvolti nel processo educativo una relazione che, pur negli sbilanciamenti propri delle singole situazioni, si caratterizza per essere aperta e dialogante.

Un sistema di pratiche pedagogiche tanto presente e diffuso, laddove la formazione professionale è stata valorizzata, quanto poco indagato, valorizzato, tematizzato e messo a sistema per poter diventare risorsa per una riflessione complessiva sui sistemi scolastici in Italia. Il tema della necessità di una scuola aperta al territorio, sollevato dalla senatrice Iori, risuona nelle corde di un sistema che ha fatto della compenetrazione con la comunità territoriale un suo tratto distintivo.

Se potessi mangiare un’idea

Giorgio Gaber, in alcuni celebri suoi versi, cantava che «un’idea, finché resta un’idea è soltanto un’astrazione», e aggiungeva: «se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione». Quando provo a riflettere sull’attuale situazione della scuola e della formazione professionale in Italia, nelle sue diverse “questioni aperte”, mi ritrovo a vivere una sensazione prossima a quella del cantautore milanese.

A grandi linee, si può dire che nella scuola e nella formazione in Italia si stia cercando da anni, in modo per certi versi disarticolato e discontinuo (anche perché ogni nuovo Ministro “necessita” a priori di marcare assoluta discontinuità col precedente), di cambiare in modo radicale un sistema che, per poter evolvere, avrebbe bisogno di una vera e propria rivoluzione copernicana, intesa proprio in senso kantiano, che è lungi dall’intravvedersi (premetto che da un decennio lavoro nella Formazione professionale, e da questa prospettiva soggettiva sto scrivendo queste considerazioni).

Parlando nello specifico di Alternanza Scuola Lavoro, intesa qui in modo generico come il collegamento fra mondo della scuola e mondo del lavoro, vorrei sostenere due tesi. La prima è che il legame scuola-lavoro abbia, almeno nel mondo della formazione professionale, una sua indubbia valenza positiva. Cercherò quindi di mettere in rilievo quali siano, a mio avviso, gli elementi di forza di tale sistema, perfettibile e migliorabile come ogni cosa umana, ma ad ogni modo già oggi utile e da salvaguardare. Al contempo però, e questa è la mia seconda tesi, sospetto che, per come conosco la scuola secondaria di secondo grado italiana (indirettamente, non lavorandoci), affinché l’alternanza possa avere anche lì un qualche senso e una qualche utilità effettiva (ammesso e non concesso che questo sia un obiettivo desiderabile, elemento su quale nutro dei dubbi), sarebbe necessaria quella rivoluzione copernicana di cui parlavo poc’anzi, di non facile realizzazione.

L’alternanza, nella formazione professionale, sa incidere a mio avviso in modo significativo sulla crescita degli alunni, e lo fa in primo luogo per quanto concerne le cosiddette competenze trasversali: gli stage, anche quelli meno professionalizzanti, spronano gli alunni ad esempio a relazionarsi con adulti che “stanno lavorando”, negoziare con loro, lavorare sia in squadra che in autonomia, sviluppare strategie di adattamento e gestire lo stress. La rilettura dell’esperienza che in genere viene elaborata con i tutor e con i formatori, prima, durante e dopo lo stage, è inoltre un elemento prezioso per accompagnare gli alunni a riflettere sul proprio percorso di crescita, abituandoli a raccontare a se stessi il proprio vissuto ed utilizzando quel che imparano su di sé, per progettare i propri ulteriori passi di crescita. Tutto questo non è cosa di poco conto.

Penso inoltre che l’alternanza aiuti i nostri alunni anche in un secondo modo, meno formalizzato ma non per questo meno significativo. Questo secondo aspetto può essere colto ragionando per sottrazione: alcuni ragazzi, in stage, capiscono in modo chiaro che un certo settore, una certa professione “non fa per loro”, che se vogliono costruirsi un percorso professionale che li faccia stare bene devono rimettersi in discussione e capire in quale nuova direzione incamminarsi. Penso che questo elemento non vada sottovalutato, perché ritengo che nella scuola siano troppi gli studenti che, non avendo la possibilità di sperimentarsi “praticamente” nell’ambito formativo scelto, capiscono troppo tardi di aver sbagliato strada. L’alternanza aiuta, in altri termini, a capire anche “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, e a capirlo precocemente. Evidentemente, anche in questo secondo aspetto, i formatori sono essenziali nel loro lavoro di accompagnamento dell’alunno nella scoperta di sé, e un loro eventuale disinteresse o assenza indeboliscono fino all’appiattimento la proposta.

La formazione professionale, d’altronde, è una realtà affollata da adulti estremamente eterogenei fra loro, fra i quali però l’attitudine alla dimensione educativa, in parte per indole, scelta e vocazione, in parte per saggia e intuitiva comprensione del contesto, è piuttosto presente. Un formatore che abbia a cuore solo il trasferimento di informazioni dalla propria mente a quella dell’alunno, difficilmente regge l’impatto, specialmente a lungo termine, con la formazione professionale.

Concludendo quindi questo primo nucleo di considerazioni, direi perciò che l’alternanza ha una valenza specifica, nella formazione professionale, laddove concretamente essa riesce ad accompagnare gli alunni a maturare una serie di competenze, se non di tipo professionale (che comunque ci sono, anche se non sono oggetto di queste mie considerazioni), almeno di tipo trasversale. La presenza di un “occhio pedagogico”, spontaneo o formalizzato che sia, laddove esso esiste, è il vero elemento di forza di questo modello, per quel che tanto di positivo che esso produce.

Procedendo ora nel ragionamento, vorrei sottolineare come il principale elemento di debolezza del mondo della formazione professionale, già emerso implicitamente nelle righe precedenti, è la scarsa “disponibilità alla scuola classica” degli alunni: non solo per il debole desiderio di molti di loro ad apprendere e approfondire le proprie conoscenze in ambito culturale, ma anche perché sovente le stesse “conoscenze teoriche” del proprio settore non risultano essere “digerite” con particolare facilità.

Qui si innesta però un diverso tipo di ragionamento, che esula dall’argomento in questione: si tratta del fatto che i percorsi di formazione professionale sono, nella maggior parte dei casi, un ripiego, un luogo di recupero (o nel peggiore dei casi di “parcheggio”) di ragazzi fragili, sotto diversi punti di vista, i quali non reggerebbero in classe nei percorsi scolastici ordinari. Basti qui ripetere che sia le cosiddette “competenze di base” sia, sebbene in misura minore, gli aspetti più teorici delle competenze tecnico-professionali, sono indubbiamente meno rafforzate di quando si auspicherebbe. Sarebbe però possibile fare di più, a livello “scolastico”, nella formazione professionale? Mi chiedo, con un approccio pragmatico, se non si debba riconoscere che, a parità di investimenti, non si possa pretendere di “rafforzare bene tutto”: forse spendere più energie su alcuni elementi (il laboratorio e l’azienda), ne fa inevitabilmente declinare altri (la classe).

Questa considerazione mi accompagna alla seconda tesi precedentemente enunciata: la scuola ordinaria è organizzata su un modello più simile al “trasferimento delle informazioni” dall’insegnante (notare il cambio lessicale: da formatore a insegnante) al discente, e a fatica sta cercando di virare verso un modello che si discosti dalla classica lezione frontale “cinque ore su cinque”, giusto o sbagliato che sia. Sottolineo che non è mia intenzione qui esprimere un giudizio sul confronto fra scuola classica e varie proposte di Scuola 2.0. In realtà, più che tracciare analisi, viste le mie esigue conoscenze di tale scuola, vorrei quindi proporre alcune domande.

I nostri studenti crescono in contesti sempre più complessi, spesso senza “luoghi pedagogicamente significativi” perché istituzioni come oratori e parrocchie, gruppi formali o informali, associazioni politiche… sono scarsamente presenti nella vita degli adolescenti, e le famiglie tendono a delegare alla scuola compiti educativi che essa non riesce ad affrontare. La scuola è consapevole dell’importanza della dimensione educativa che, inevitabilmente, le è demandata? Può oggi la scuola permettersi di essere un luogo di trasmissione di “conoscenze, abilità e competenze”, con qualche non organico periodico afflato etico legato a proposte spot sull’ambiente, l’affettività e così via, senza curarsi però degli alunni come “persone globali”? La mia impressione è che, ad oggi, nella scuola questo interesse in realtà in parte ci sia, ma sia demandato a singoli insegnanti con passione pedagogica, non sempre portatori di un bagaglio di competenze effettive a supporto del positivo impulso che li anima.

L’alternanza diventa uno strumento incisivo laddove la scuola “in toto” si prende carico di questo ruolo. Per essere chiari, la scuola potrebbe anche da un lato prendersi carico di questo e dall’altro non considerare comunque l’alternanza uno strumento significativo, ma trovando altre vie per farlo.

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