di Sandra Caschetto
“Dal caro carburanti al costo della vita, gli italiani pagano il prezzo di una crisi che sembra non finire mai”.
C’è una mentalità, in Italia, che si ripete a ogni livello della società: uno si espone, tanti annuiscono, molti gli danno ragione, ma quando arriva il momento di prendere posizione, quasi tutti fanno un passo indietro.
È una contraddizione che conosciamo bene. Siamo un popolo capace di indignarsi, di protestare davanti a un caffè, di lamentarsi sui social e di riconoscere le ingiustizie quando colpiscono gli altri. Ma trasformare l’indignazione in una volontà collettiva, in una presa di posizione concreta e condivisa, sembra diventare ogni giorno più difficile.
Eppure, le ragioni per essere preoccupati non mancano.
Il caro carburanti pesa su chi deve usare l’automobile per andare al lavoro, su chi vive lontano dai centri urbani, sui lavoratori che percorrono decine di chilometri ogni giorno e sulle imprese che devono trasportare merci e servizi. L’aumento del costo della vita si riflette sulla spesa alimentare, sulle bollette, sugli affitti e su tutto ciò che fino a pochi anni fa sembrava una normale voce del bilancio familiare.
Per molte famiglie, arrivare alla fine del mese è diventato un esercizio di equilibrio. Si rinuncia a qualcosa, si rimanda una spesa, si riducono le occasioni di svago, si cerca di risparmiare anche dove ormai c’è poco da tagliare. E mentre i cittadini fanno i conti con ogni euro, cresce la sensazione di essere lasciati soli davanti a difficoltà che non dipendono soltanto dalle loro scelte individuali.
A tutto questo si aggiungono limitazioni, costi e adempimenti che spesso rendono più complicata la vita quotidiana, soprattutto per chi ha meno risorse economiche e meno possibilità di adattarsi. Ogni nuova difficoltà viene affrontata come un problema privato, come se ciascuno dovesse trovare da solo la soluzione alla propria fatica.
Ma una società non può reggersi a lungo chiedendo ai cittadini soltanto di resistere.
Dov’è la politica mentre le famiglie perdono potere d’acquisto e i lavoratori faticano a sostenere le spese essenziali?
La politica dovrebbe essere il luogo in cui i problemi individuali diventano questioni collettive, in cui le difficoltà delle persone si trasformano in priorità e in cui le decisioni pubbliche vengono misurate sulla loro capacità di migliorare concretamente la vita dei cittadini.
Troppo spesso, invece, la percezione è quella di una politica distante, impegnata in polemiche, contrapposizioni e interessi di parte, mentre fuori dai palazzi milioni di persone devono fare i conti con problemi molto più immediati: il pieno di carburante, il carrello della spesa, una bolletta da pagare, uno stipendio che non sembra più sufficiente.
Ma proprio per questo servirebbero una visione chiara, risposte comprensibili, misure efficaci e, soprattutto, la capacità di ascoltare chi ogni giorno sostiene il peso delle conseguenze.
Tuttavia, c’è un’altra questione che dobbiamo avere il coraggio di affrontare: la nostra difficoltà a restare uniti.
Finché dire «hai ragione» non costa nulla, siamo tutti solidali. Quando, però, sostenere una causa significa esporsi, assumersi una responsabilità o rinunciare a una parte della propria tranquillità, la solidarietà spesso si dissolve. Ognuno trova una giustificazione, si tira indietro e torna a occuparsi dei propri problemi.
Chi ha avuto il coraggio di alzare la voce rimane solo.
Un cittadino isolato ha una forza limitata. Un lavoratore che protesta senza il sostegno dei colleghi è più vulnerabile. Una categoria che difende soltanto il proprio interesse rischia di non trovare solidarietà quando sarà un’altra categoria ad avere bisogno di aiuto.
E così, mentre ciascuno combatte la propria battaglia, i problemi comuni rimangono irrisolti.
Il caro vita non riguarda soltanto chi fatica a fare la spesa: riguarda la tenuta sociale, la dignità del lavoro e la possibilità per i giovani di costruirsi un futuro. Le difficoltà di una parte della popolazione, prima o poi, si ripercuotono sull’intera comunità.
Ecco perché la coesione non è uno slogan, né una parola da pronunciare nelle occasioni solenni. È la capacità di riconoscere che, pur avendo condizioni e interessi diversi, esistono problemi che nessuno può affrontare efficacemente da solo.
Essere uniti non significa pensarla tutti allo stesso modo. Non significa rinunciare alle proprie idee o seguire ciecamente qualcuno. Significa individuare obiettivi comuni, sostenere iniziative concrete, pretendere risposte dalle istituzioni e non abbandonare chi si espone per una questione che riguarda tutti.
Significa anche superare le divisioni alimentate dalla contrapposizione politica, dalle appartenenze e dalla convinzione che il problema degli altri non ci riguardi.
Perché il potere, qualunque sia il colore di chi lo esercita, è chiamato a confrontarsi con una società capace di organizzarsi, partecipare e chiedere conto delle decisioni. Una cittadinanza frammentata, invece, rischia di trasformare ogni malcontento in una protesta momentanea, destinata a esaurirsi senza produrre cambiamenti.
Non servono rabbia fine a se stessa, slogan vuoti o divisioni ulteriori. Serve una consapevolezza nuova: i problemi che condividiamo richiedono risposte condivise.
Il popolo deve ritrovare la capacità di trasformare il malcontento in partecipazione, la solidarietà in sostegno concreto e le richieste individuali in obiettivi comuni.
La politica deve fare la propria parte. Ma anche noi dobbiamo smettere di confondere la solidarietà a parole con la coesione nei fatti.
Perchè il potere non teme un popolo arrabbiato. Teme un popolo unito.

