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Il futuro non è già scritto, ma c’è chi impara a non sognarlo.

di Sandra Caschetto

“Le disuguaglianze sociali condizionano le opportunità fin dall’infanzia. E il rischio più grande è convincere chi parte svantaggiato che alcuni traguardi non siano fatti per lui”. SandraCaschetto

A un bambino puoi insegnare a volare. Oppure puoi insegnargli, giorno dopo giorno, che le ali non servono a niente.

Non occorre spegnere i suoi sogni con un divieto. Bastano poche frasi, ripetute nel tempo: «Non siamo gente da certe cose», «Pensa a trovare un lavoro sicuro», «Non puoi permetterti di sbagliare». Così, prima ancora di scoprire chi vuole diventare, quel bambino impara a distinguere ciò che desidera da ciò che gli è concesso desiderare.

È qui che nasce una delle forme più profonde di disuguaglianza: quando il punto di partenza finisce per condizionare non soltanto le opportunità, ma anche la capacità di immaginare un futuro diverso.

I dati sull’istruzione mostrano quanto le origini familiari continuino a pesare sui percorsi individuali. I dati più recenti dell’ISTAT confermano quanto le origini familiari continuino a influenzare le opportunità educative. Secondo il Rapporto annuale 2026, nel 2024 soltanto il 12,8% dei giovani tra i 25 e i 34 anni con genitori privi di un diploma ha raggiunto un titolo di istruzione terziaria. La percentuale sale al 64,7% tra chi ha almeno un genitore laureato.

Numeri che raccontano una realtà difficile da ignorare: il futuro non dipende soltanto dal talento o dall’impegno individuale, ma anche dalle opportunità disponibili, dagli strumenti ricevuti e dal contesto in cui si cresce. Perché non tutti partono dallo stesso punto e non tutti possono permettersi di trasformare un sogno in una possibilità concreta.

Dietro questi numeri ci sono possibilità differenti, ostacoli economici, occasioni mancate e talenti che rischiano di non emergere. Non significa che il destino sia già deciso, ma che non tutti sono costretti a percorrere la stessa strada nelle medesime condizioni.

Il problema, infatti, non è soltanto chi riesce ad arrivare al traguardo. È anche chi rinuncia a partire perché ha imparato troppo presto che quel traguardo non gli appartiene.

Il determinismo più insidioso non è quello che dichiara apertamente che nulla può cambiare. È quello che si nasconde dietro il cosiddetto realismo: non pretendere troppo, non illuderti, accontentati. Consigli che talvolta nascono dal desiderio di proteggere, ma che possono trasformarsi in limiti trasmessi da una generazione all’altra.

Una rinuncia diventa abitudine, l’abitudine diventa convinzione e la convinzione finisce per assomigliare a un destino.

Nel frattempo, rischiamo di costruire una società in cui si impara a eseguire prima ancora di interrogarsi, ad adattarsi prima ancora di scegliere. Si studia per trovare lavoro, si lavora per sopravvivere e si finisce spesso per misurare il proprio valore attraverso aspettative che non si è mai avuto il tempo di mettere in discussione.

Eppure, spiegare a un bambino che il mondo è difficile non significa convincerlo che non possa affrontarlo. La differenza è fondamentale: prepararlo agli ostacoli significa educarlo; insegnargli a rinunciare prima ancora di provarci significa restringere il suo orizzonte.

Per questo servono istruzione accessibile, sostegno alle famiglie e opportunità concrete, affinché le condizioni economiche e culturali di partenza non diventino una condanna. La libertà, infatti, non consiste soltanto nel poter sognare, ma nell’avere la possibilità reale di trasformare quei sogni in scelte.

Un bambino libero non è quello a cui viene promesso che potrà diventare qualsiasi cosa. È quello a cui nessuno fa credere, prima ancora che abbia provato, che alcune strade non siano fatte per lui.

Perché il vero fallimento di una società non è quando qualcuno non riesce ad arrivare in cima. È quando riesce a convincere qualcuno che, per lui, quella cima non è mai esistita.

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