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La mia vita da stagista in Cina: una ragazza italiana si racconta a CQ

Nel nostro Paese la crisi economica, in Cina il boom. Risultato: tanti giovani italiani partono per uno stage in Oriente.
CQ ha intervistato una neolaureata passata da Genova a Shanghai. Fra paure e soddisfazioni. Per trovare nuove opportunità

Milano. Anni di crisi economica in Occidente e, viceversa, un boom economico in Cina, hanno prodotto un effetto impensabile fino a pochi anni fa: una migrazione dall’Europa alla Cina alla ricerca di lavoro. Fra questi nuovi migranti ci sono numerosi studenti universitari italiani, che vanno nelle metropoli cinesi a fare stage brevi o lunghi. Questi stage sono molto spesso organizzati da società specializzate come Crcc Asia che inseriscono studenti o neolaureati occidentali nelle aziende cinesi. Alcuni dei nostri studenti o neolaureati tornano in Italia con una prestigiosa esperienza nel curriculum, ma altri restano in Cina. Di questa tendenza in netta crescita – che fa parte del fenomeno noto come “fuga dei cervelli” –  è una testimone Selene De Ferrari. Che in questa intervista esclusiva racconta a CorriereQuotidiano pregi e difetti della sua “avventura” a Shanghai. E che cosa le ha lasciato al suo ritorno in Italia.
 

Buongiorno. Si presenti, per favore.
Mi chiamo Selene De Ferrari, ho 23 anni, sono genovese, ho studiato Economia e Management in lingua Selene De Ferrariinglese all’Università Bocconi di Milano. Nel 2015 ho deciso di dare una svolta alla mia vita e sono andata a fare uno stage professionale a Shanghai. 

Perché proprio in Cina?
Per varie ragioni. Perché la Cina  è un Paese che offre tantissime opportunità.  Perché ero affascinata dalla cultura e dalla lingua cinese, che studio da anni (non è facile impararla bene!). E poi perché adoro viaggiare e inserirmi in nuove città, in situazioni e culture diverse dalla mia. La scelta della Cina per lo stage è stata una sfida che mi è venuta naturale: ero già stata a Pechino per un periodo di studio, volevo tornarci per lavoro. 

In quale città ha vissuto?
Ho fatto lo stage a Shanghai: è una metropoli fantastica di 25 milioni di persone e offre davvero di tutto, con una grande vivacità economica e culturale e (cosa non scontata in Cina) ci sono anche tanti stranieri, con alcuni dei quali ho fatto amicizia e sono tuttora in contatto.

Come si è trovata nel mondo del lavoro? È necessario sapere il cinese?
Per il mio stage non era necessario sapere il cinese perché bastava avere una buona conoscenza dell’inglese, infatti molte mie amiche hanno partecipato a questa esperienza basandosi sull’inglese. Certo sapere un po’ di cinese aiuta…In azienda ho lavorato allo sviluppo e alla ricerca di possibili soci per un nuovo sito di e-commerce che vende cosmetici e prodotti di bellezza, sia femminili sia maschili. La cosmesi, come la moda, è un settore che mi interessa molto. Devo dire che provo riconoscenza per il mio capo, un cinese che ha vissuto all’estero per molti anni: grazie alla sua esperienza internazionale e al suo ottimo inglese mi ha insegnato tanto e mi ha aiutato a inserirmi in azienda.

Lo sa che anche il nuovo ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha una buona conoscenza della cultura cinese?
Trovo molto interessante che il nuovo ministro dell’economia a 20 anni fosse un maoista e che ora sia tornato alle sue radici: un moderato che ha avuto occasione di vivere culture diverse al di fuori dell’Italia e che ora vuole migliorare la situazione del nostro Paese. Stimo molto chi porta con sè un bagaglio di esperienze che serva a vedere le cose sotto diversi punti di vista. Viviamo in un mondo globalizzato, perciò credo che conoscere  la cultura cinese sia un grosso punto a favore per il nostro nuovo ministro.

Quali difficoltà ha avuto a inserirsi nella società cinese?
Beh, il primo approccio con la Cina può essere difficile. Ricordo che all’inizio mangiavo solo biscotti perché non riuscivo ad abituarmi alla loro cucina…Ma
 la difficoltà che mi ha messo più alla prova è stata la lingua. Infatti, pur studiando il cinese da anni, riuscire a comunicare in modo corretto e fluente con loro è comunque difficile. Con i taxisti, per esempio, ho trovato più comodo scrivere in cinese la destinazione su un foglietto. Sono in pochi i cinesi che sanno una lingua occidentale.

A parte il lavoro, come viveva a Shanghai?
La sera, dopo il lavoro, con due amiche stagiste andavamo in ristoranti australiani per poter gustare una cucina simile a quella occidentale, oppure nei locali del Bund, la vecchia zona coloniale europea, davanti al fiume che divide Shanghai in Puxi (la zona ovest) e Pudong (la zona est). La vista dal Bar Rouge, per esempio, è davvero unica, perché dalla sua terrazza è possibile contemplare tutta la città, che di notte è illuminata e piena di vita. Quanto ai ragazzi cinesi, si avvicinavano curiosi a noi ragazze europee ed erano simpatici e gentili, ma devo dire che ho frequentato più occidentali che cinesi, perché Shanghai è una città molto internazionale.

E quando è tornata in Italia, che cosa le ha lasciato questa esperienza?
Quando sono tornata mi sono laureata con una tesi sull’espansione del marchio Gucci in Cina. Lo stage a Shanghai è stato fondamentale perché mi ha dato una fiducia in me stessa che non sapevo fino in fondo di avere e perché mi ha insegnato a lavorare in un ambiente internazionale. Lo rifarei, senza dubbio.

 

 

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