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Marzoug, il ‘pescatore’ di migranti: salva chi ce la fa, raccoglie e seppellisce chi muore in mare

Per anni ha vissuto di pesca, da dieci si dedica a salvare chi parte con i barconi dalla Libia. Per chi non ce la fa ha creato uno spazio affinché possano riposare per sempre: “La vita li ha rifiutati, non possiamo negar loro una degna sepoltura”

Strasburgo – Pescatore nella vita, dal 1987, e pescatore di uomini, donne e bambini da dieci anni a questa parte. Chamseddine Marzoug aiuta i naufraghi che resistono al mare e regala una degna sepoltura a quelli che, invece, non ce la fanno: li raccoglie e li porta al cimitero degli ignoti di Zarzis, nel sud della Tunisia, tra Djerba e il confine con la Libia.

Oltre 400 corpi recuperati in dieci anni. Chamseddine Marzoug, 52 anni, il 18 aprile è arrivato a Strasburgo per una conferenza stampa al Parlamento Ue e per una simulazione di quello che è diventata negli ultimi anni la sua vita quotidiana, la pesca di uomini. “In dieci anno ho raccolto oltre 400 corpi, 66 l’anno scorso e 6 quest’anno, ma è ora che inizia il periodo peggiore: in primavera ed estate il vento soffia da sud e spinge le barcacce verso la Tunisia, verso il nostro golfo e molte non ce la fanno“, spiega ad Alberto D’Argenzio di Europa Today.

Dobbiamo capire perché lasciano il loro paese, lo fanno perché non hanno futuro, perché cercano una vita migliore. La Libia è un mercato del bestiame di uomini, donne e bambini

In Libia – continua Marzoug – i nostri fratelli africani vengono torturati, violentati, acquistati e venduti, la Libia è un mercato del bestiame con uomini, donne e bambini venduti e comprati: l’intera Africa viene bistrattata in Libia. Una ragazza della Sierra Leone di 18 anni – racconta ancora – è riuscita a fuggire alle milizie in una zona che si chiama El Zeitun e ha raccontato che non le davano nemmeno di mangiare, doveva accontentarsi dei resti che i suoi stupratori le passavano attraverso la finestra della cella, è incinta di 6 mesi ed è dovuta salire su un gommone per arrivare in Tunisia. Quando una ragazza ti racconta qualcosa del genere, capiamo che la questione riguarda il mondo intero, non c’è equità al mondo ma il mondo deve dare risposte, perché noi non ce la facciamo più a raccogliere cadaveri in mare“.

I salvataggi: “Facciamo il lavoro della Guardia Costiera”. Dieci anni fa Marzoug, pescatore da sempre, ha iniziato a incontrare nelle sue battute in mare imbarcazioni piene di migranti, ha organizzato gli altri pescatori di Zarzis e da allora partecipa ai salvataggi, un trend che ha toccato il picco nel 2016. “Abbiamo avuto molto casi e non avevamo esperienza, ci sono stati incidenti, bastava uscire e c’erano battelli con migranti, li prendevamo e rientravamo in porto. Allora ci siamo organizzati, abbiamo contattato la Guardia Costiera, ma il lavoro di salvataggio siamo noi a farlo soprattutto quando sono impegnati in altre missioni o quando per loro il mare è troppo grosso“.

Gli angeli di chi scappa dall’Africa, in particolare dalla Libia, ostacolati dalle milizie.Diamo loro da mangiare i prodotti della pesca e loro ci danno una mano, abbiamo bisogno di braccia, la nostra situazione economica è pessima, salvavamo gente e non potevamo lavorare“. E poi ci sono i libici: “In teoria c’è un accordo che ci permette di spingerci fino a 120 miglia dalla costa, ma la Guardia Costiera libica e le milizie ci rendono la vita impossibile, non vogliono che interveniamo e quando ci intercettano le milizie ci prendono in ostaggio chiedendoci 50mila euro, che sono cinque anni di lavoro per noi, una fortuna“.

Marzoug ha collaborato come volontario con diverse Ong, tra cui ProActiva Open Arms, l’organizzazione spagnola la cui barca è stata bloccata dal pm di Catania Zuccaro e quindi rilasciata dalla procura di Ragusa, ma il suo lavoro non finisce in mare, continua a terra con chi non ce la fa, nel cimitero degli ignoti.

“Non mi interessano le religioni, ma l’essere umano”. A Strasburgo ha mostrato quello che fa a Zarzis: raccoglie i corpi, li lava secondo la tradizione tunisina e sempre secondo la stessa tradizione lega loro le caviglie e i polsi. Quindi scrive su un cartoncino che lega alle caviglie la data e un numero, stessi dati che annota in un registro. “Lo faccio nel caso qualcuno venga a reclamare il corpo, ma è successo solo una volta, per un camerunese, i suoi familiari hanno saputo del naufragio del suo barcone e del cimitero degli sconosciuti e sono venuti a Zarzis per cercarlo“.

Poi Marzoug scava una buca e deposita il corpo avvolto in un lenzuolo nella terra. Il rito non importa: “non mi interessano le religioni, per me l’essenziale è l’essere umano, non guardo la pelle, il sesso, la religione, pulisco i loro corpi e li seppellisco“.

Anonimi anche nella morte a causa del colore della pelle.Se pescassi in mare il corpo di un bianco allora sarebbe un’altra storia, avremmo tutti i media e le autorità tunisine preoccupate per la morte di un turista, ma visto che sono corpi di neri, nessuno si preoccupa per loro, il medico registra la morte, indica l’età presunta e il sesso e finisce lì: il colore della loro pelle li condanna all’anonimato anche nella morte“.

Il sogno del pescatore Marzoug è un nuovo cimitero. Attualmente il suo più grande problema è che il cimitero degli ignoti è saturo, “il mio sogno – spiega – è avere un nuovo cimitero grande per dare una sepoltura rispettosa a tutti, è un sogno non per me, ma per loro. Erano infelici nel loro paese, erano trattati da schiavi in Libia e sono affogati: la vita li ha rifiutati, noi non possiamo rifiutarli negando loro una sepoltura degna“.

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