Salta al contenuto principale
  • BUONGIORNO ITALIA! Non si può scegliere il modo di morire. O il giorno. Si può soltanto decidere come vivere. Ora.John Baez

Il carcere senza celle e carcerieri dove restare è una scelta di vita

di Cristina Colombera
Una prigione senza cancelli, filo spinato, telecamere ma soprattutto celle e carcerieri. Siamo a Coriano, in Emilia Romagna. Qui i detenuti sono chiamati recuperandi. La casa colonica che li ospita è un centro curato da un gruppo di volontari
Il carcere senza celle e carcerieri dove restare è una scelta
Foto dal sito Comunità Papa Giovanni XXIII

Si chiama Cec, Comunità educante con i carcerati ed è seguita dai volontari della comunità Papa Giovanni XXIII, l'associazione fondata da don Oreste Benzi.. Qui i recuperandi lavorano e scelgono se restare o meno, nel senso che potrebbero anche andarsene – e qualche volta è successo – perché nessuno li trattiene. Ci sono anche casi di “fuggitivi”, si fa per dire, che poi sono tornati indietro. E c’è chi, a fine pena, resta per scelta come volontario.

La rete si ispira all'esperienza brasiliana delle Apac (Associazioni di protezione e assistenza ai carcerati), dove i detenuti hanno le chiavi delle celle: l'Onu le ha definite il più efficace metodo di recupero al mondo.

L'niziativa viene sperimentata, ormai da alcuni anni, nelle regioni Emilia Romagna e Toscana, rispettivamente nei centri “Casa Madre del Perdono”, “Casa Madre della Riconciliazione” e “Pungiglione-­Villaggio dell’accoglienza” e più recentemente anche nelle regioni Puglia (a Copertino in provincia di Lecce) e Piemonte (a Piasco, in provincia di Cuneo).

In questi centri di accoglienza arrivano imputati in attesa di giudizio o condannati ammessi alle misure alternative: ladri, spacciatori, imputati di reati sessuali, rapinatori.

Sono persone che hanno scelto di “non ricascarci più”, spesso provengono da situazioni disagiate ma hanno deciso di mettersi in gioco e riprovare.

La vita al Cec è sottoposta a regole ferree, come il rispetto degli orari, la pulizia e l’ordine, il razionamento delle sigarette, l’uscita solo se accompagnati dai volontari, niente telefonini.

Le comunità di questo tipo sono un successo grazie a varie "buone pratiche": coinvolgere la realtà esterna, cioè il territorio, le famiglie, le aziende per assecondare il reinserimento; responsabilizzare il recuperando, che a sua volta aiuta a recuperare, favorire la formazione professionale, assieme a quella culturale e religiosa.

Si applica, insomma, il principio di don Oreste Benzi, fondatore della Comunità che affermava: “Nello sbaglio di uno c’è lo sbaglio di tutti. Per recuperare uno è necessario il coinvolgimento di tutti”. Il territorio è coinvolto attraverso la partecipazione gratuita e attiva alla conduzione del progetto. I volontari sono veri maestri di vita proprio grazie alla gratuità del loro servizio e vengono formati con corsi specifici che svolgono separatamente e/o insieme ai recuperandi. Il progetto prevede anche la partecipazione di psicologi e psichiatri che collaborano con gli operatori.

"Si devono costruire comunità educative - diceva Don Benzi nel 2007 - per detenuti capaci di sradicare sentimenti, atteggiamenti, azioni criminose e innestare una nuova mentalità in cui prevale la scelta alla vita. Lo Stato ha il diritto e il dovere di interpellare noi come e tutto il privato sociale, di sostenerlo in ogni modo affinché dalla certezza della pena come risposta alla paura si possa giungere alla certezza del recupero come risposta adeguata ad una società sempre più violenta che si illude di vincere il male con il male".

In un documento della comunità, si legge che "Un uomo recuperato non è più pericoloso, mentre la giustizia vendicativa produce persone che scelgono di nuovo la via delinquenziale. La società può e deve coinvolgersi nel recupero dell’uomo che sbaglia. Il CEC è un’ alternativa concreta all’attuale sistema carcerario, costoso e inumano, inefficiente e degradante. E’ il tempo di passare da una giustizia vendicativa a una giustizia educativa. Il progetto CEC non solo permette un grossissimo risparmio economico, ma segna l’inizio di un nuovo modo di trattare con l’uomo che sbaglia e traccia le linee di una nuova umanità".

Si recupera con il dialogo, la condivisione, la riscoperta di valori come quello della responsabilità, della verità e del lavoro faticoso ma pulito. I numeri sembrano dare ragione ai Cec: secondo quanto riporta Le Due Città, la rivista dell’amministrazione penitenziaria, il tasso di recidiva in Italia si attesta intorno al 70%, mentre scende al 30 per cento quando vengono messe in campo misure alternative alla detenzione, e quindi il recluso viene avviato a un percorso formativo e lavorativo capace poi di aiutarlo a camminare con le sue sole gambe una volta riconquistata la libertà.

La comunità fondata da Don Benzi in oltre 35 anni di esperienza ha realizzato altre realtà di accoglienza in Italia e nel mondo. Per svolgere questo lavoro ha creato 26 entità giuridiche e riunisce ogni giorno alla sua tavola 41.000 persone.