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Andare oltre il visibile: i film d’artista di “Hypervisuality”

Milano (askanews) – Occorre del tempo, occorre sedersi e lasciare che le immagini e il luogo facciano il loro corso. Un corso che prevede la messa in discussione di alcuni parametri e, contestualmente, lo spalancamento di altre possibilità sul terreno dell’esperienza visuale, che diventa qualcosa di più vasto, diventa, in sostanza, la forma narrativa più intensa della nostra confusa e complessa contemporaneità. Succede dentro la mostra “Hypervisuality”, che a Palazzo Dugnani a Milano ha portato sei importanti installazioni video della collezione tedesca Wemh ner, in un dialogo tra il luogo, che ospita anche un grande affresco di Tiepolo, e il linguaggio delle immagini in movimento. Con un’idea di fondo ambiziosa e, diciamocelo, così necessaria: “Colmare il divario tra il visibile e l’invisibile nella percezione temporale”.”Quello che fanno i film – ha spiegato ad askanews Philipp Bollmann, curatore della mostra – è fornire immagini che possono darci una migliore comprensione del nostro presente”.Il nostro tempo, e i video in mostra lo sanno, lo sa Isaac Julien e lo sanno i MASBEDO, è il tempo del prefisso “iper”: dagli iperoggetti che riconfigurano l’idea kantiana del noumeno all’ipertempo, che considera la non linearità e le molteplici possibili dimensioni. Nel caso dell’ipervisualità il punto è sempre uno sforamento dell’esperienza, un’iperbole visiva che si nutre sia della lucidità degli artisti sia di una dimensione simbolica così forte da apparire ogni tanto perfino folle. Ma il sottotesto che la mostra presuppone e alimenta è quello di una consapevolezza dello sguardo come medium del presente (qualunque cosa questa parola significhi).”Ogni persona con uno smartphone – ha aggiunto Philipp Bollmann – è potenzialmente un fotografo o videomaker. Usiamo le foto ogni giorno, di qualunque cosa e le diffondiamo ovunque. E’ molto importante vedere come gli altri reagiscono a queste immagini, e qui si può cercare la differenza tra un occhio artistico e e quello di chi semplicemente scatta una foto per strada. Io credo ci sia una enorme differenza, e anche un bisogno di usare lo strumento del film e della fotografia da un punto di vista artistico”.Alla fine resta la domanda, filosofica, su ciò che è effettivamente dicibile. Wittgenstein in un certo senso suggeriva di tacere di fronte all’indicibile, ma forse la nuova semantica delle immagini può aiutarci a guardare un poco oltre la siepe che custodiva l’infinito.

5 aprile 2019

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