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Danza: 2020 alla Scala sotto il segno di ‘Sylvia’ firmato Manuel Legris 

2020 alla Scala sotto il segno di 'Sylvia', balletto firmato da Manuel Legris

L’étoile scaligera Nicoletta Manni protagonista alla Scala del balletto ‘Sylvia’ nella rilettura coreografica di Manuel Legris

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Sarà sotto il segno di ‘Sylvia’, nella rilettura coreografica di Manuel Legris, il 2020 scaligero che vedrà in scena sino

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al 14 gennaio il corpo di ballo del Piermarini diretto da Frédéric Olivieri, le étoile e i primi ballerini Nioletta Manni, Martina Arduino e Maria Celeste Losa, Claudio Coviello, Marco Agostino, Nicola del Freo, Mattia Semperboni, Christian Fagetti,

Il balletto è stato creato per lo Staatsballett di Vienna di cui Legris è direttore. Ispirato al dramma pastorale ‘Aminta’ di Torquato Tasso, ‘Sylvia ou la Nymphe de Diane’ andò in scena all’Opéra di Parigi nel 1876. Tra fasti mitologici, ninfe, satiri, pastorelli e dei dell’Olimpo, fu la straordinaria partitura di Delibes a trionfare.

Raffinata e ricchissima nei ritmi, armonie e melodie, ebbe in Čajkovskij un convinto ammiratore. Nel solco della tradizione francese, il maestro francese crea nel 2018 la sua versione, dando nuova vita e nuova veste a uno dei grandi classici dell’Ottocento, con freschezza ed energia, caratteri forti e virtuosismi, esaltati dall’allestimento di Luisa Spinatelli, di grande impatto visivo. Dirige l’orchestra il maestro Kevin Rhodes.

Si tratta di un nuovo ingresso alla Scala. ‘Sylvia’ entra, dunque, nel repertorio della compagnia scaligera. La prima volta a Milano fu nel lontano 1894 quando Giorgio Saracco riprodusse la coreografia di Mérante con inevitabili varianti e una celebre protagonista, Carlotta Brianza. Fu poi il New York City Ballet a danzare nel 1953 ‘Sylvia: Pas de Deux’, passo a due dal terzo atto creato da George Balanchine nel 1950 per Maria Tallchief e André Eglevsky.

‘Sylvia ou la Nymphe de Diane’ andò in scena per la prima volta all’Opéra di Parigi nel 1876. Louis Mérante, fu il coreografo e il balletto fu il primo ad essere rappresentato nel recente teatro dell’opera Garnier con Rita Sangalli, di formazione scaligera, prima protagonista.

La tradizione francese di questo balletto, che negli anni successivi al debutto francese venne allestito con altre coreografie in Europa e in Russia, riporta a diversi autori, che lo ripresero, negli anni, all’Opéra, a partire dal 1919 da Léo Staats, poi Serge Lifar nel 1941, Albert Aveline nel 1946 fino a Lycette Darsonval alla fine degli anni ’70 del Novecento.

Nel solco di questa tradizione francese, Manuel Legris crea nel 2018 la sua versione rivolgendosi a questo titolo, così legato alla sua formazione ‘francese’ e al balletto accademico, da cui attinge per riportare in vita ‘Sylvia’, ispirato da una ricca e articolata trama che intreccia divinità e umanità e che trattando una tematica universale come l’amore, perde qualunque rischio di stucchevolezza e va incontro al pubblico di oggi, per affascinarlo con una storia senza tempo immersa in una atmosfera fantastica.

La drammaturgia e il libretto sono stati curati da Manuel Legris e Jean-François Vazelle (da Jules Barbier e Jacques de Reinach autori del libretto originale), con moltissimi ruoli ben connotati da un linguaggio coreografico preciso e specifico, in modo da rendere assolutamente chiara e leggibile la storia e i suoi intrecci. Anzi, il motore della vicenda, il celato amore di Diana per Endimione, viene chiarificato nel prologo, solitamente solo musicale.

Tradizione e eredità, modernizzazione e semplificazione, non falsificando né tradendo, questi i punti cardine del lavoro svolto per questa nuova Sylvia, che non ha puntato al recupero filologico ma vuole mantenere lo spirito originario, aggiungendo un tocco di freschezza, per riportare il pubblico al piacere di assistere a un balletto classico, che pur non avendo avuto la stessa fortuna e risonanza del ‘Lago dei cigni’ o dello ‘Schiaccianoci’ merita di avere un posto di tutto rispetto nel panorama dei classici dell’Ottocento.

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