La vera arena non era il Colosseo romano dove l’ex generale Massimo Decimo Meridio, tradito e ridotto in schiavitù, preservava la sua vita vincendo un duello sanguinoso dietro l’altro in attesa di prendersi “la mia vendetta, in questa vita o nell’altra” sull’imperatore folle e patricida Commodo. Ma era il set in cui si girava un film diventato nel frattempo mitico: Il Gladiatore. A vent’anni dall’uscita della pellicola, regista e cast sono tornati a parlare di quella lavorazione tribolatissima, segnata da scontri, improvvisazione per salvare le scene, liti infinite e perfino una morte eccellente: quella dell’attore inglese Oliver Reed che interpretava il mercante schiavista Proximo.

Il fallimento dietro l’angolo

All’epoca in cui si completava la lavorazione del Gladiatore, Russell Crowe si imbatteva in personaggi della stampa e dello spettacolo che non avevano capito granché del film: “Non facevo altro che spiegare che si trattava di qualcosa di più e di diverso di un film tutto sandali e spadoni, uno mi chiese come era andata la lavorazione e mentre dicevo quanto fosse stata estenuante mi rispose: beh, comunque hai sempre dalla tua il grande successo di L.A. Confidential“. La percezione nel 2000, quando Il Gladiatore debuttò nei cinema, era che si trattasse di un pasticcio un po’ trash e fuori dal tempo. Peggio andava sul set, come ancora ha confermato Crowe, protagonista nei panni di Massimo Decimo Meridio: “Io e Ridley Scott, il regista, non facevamo che spararci addosso metaforici proiettili. Eravamo così accaniti, in realtà, perché entrambi restavamo concentratissimi sull’ottenere il massimo risultato possibile”. Di fronte al quale non erano ammessi limiti: né alle scene rischiose girate nell’arena di combattimento dall’attore, né alla corsa sfrenata sul cavallo in cui rischiò l’incolumità fisica pur di dare una sequenza epica al regista. L’attore subì ferite al volto, una frattura all’anca e al piede e una rottura del tendine d’Achille. E si scontrò apertamente con lo sceneggiatore David Franzoni perché riteneva molte battute ridicole e impronunciabili. Il copione fu riscritto da altri tre sceneggiatori e ancora modificato, con molte improvvisazioni di giornata, mentre procedevano le riprese. Crowe era così esasperato che arrivò a gridare a Scott e alla troupe: “Vi ammazzo tutti”. Ora lui e il regista sono grandi amici, hanno lavorato più volte assieme.

Foreste in fiamme, tigri feroci e la sbronza per scommessa di Reed

In nome della spettacolarità, Ridley Scott spinse al massimo troupe e staff tecnico senza badare alle mezze misure. La foresta di Bourne fu data alle fiamme col permesso dell’ente territoriale britannico, per rendere ancora più travolgente la scena della battaglia iniziale contro i Marcomanni. La sequenza in cui il gladiatore affronta cinque tigri vide Crowe accerchiato da vere belve, a bordo set c’era un veterinario armato di fucile carico di fiale con tranquillanti. Si girò in Inghilterra, Marocco, Italia e Malta. Proprio nell’isola si consumò il dramma dell’attore Oliver Reed. Noto alcolista, Reed aveva promesso di darsi una regolata durante le riprese. Ma una sera accettò la scommessa a chi faceva fuori più bicchieri, da parte di un gruppo di marinai di un cacciatorpediniere. Leggenda vuole che avesse scolato otto pinte di birra, dodici bicchierini di rum e mezza bottiglia di whisky per poi crollare. Inutili i soccorsi: morì per una spacconata, l’ennesima della sua vita, a 61 anni. Le polizze collegate al contratto avrebbero permesso di rigirare tutte le scene in cui compariva, ma Ridley Scott non volle. Si tenne l’icona britannica e lo duplicò in digitale nelle scene mancanti. Fu guerra, poi enorme successo al botteghino, con lodi della critica e cinque Oscar: miglior film, miglior attore (Crowe), migliori costumi, miglior sonoro e migliori effetti visivi. In Italia l’interpretazione di Russell Crowe è ancora più affascinante grazie al doppiaggio di Luca Ward. 

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