Gli occhi lucidi di Luca Zingaretti e il suo sorriso tirato raccontano ancora prima delle parole che i due nuovi film di Montalbano, eccezionalmente prima al cinema (24, 25, 26 febbraio) e poi in tv (9 e 16 marzo su Rai1), fanno storia a sè. Perché tra gli scorci dell’immaginaria Vigata, con i suoi delitti da risolvere dove ironia, tragedia e modernità si sovrappongono in quello straordinario intreccio creato da Camilleri, questa volta c’è, ben camuffato sotto gli abiti del suo commissario, anche il suo immenso dolore. Quello di chi, dopo la morte scioccante dei due papà di Montalbano, quello letterario e quello televisivo, che per lui erano amici e punti di riferimento, si è coraggiosamente caricato sulla schiena il peso e la responsabilità “di portare la nave in porto” mettendosi anche dietro, e non più soltanto davanti, la macchina da presa. “La scomparsa di Andrea Camilleri e quella del regista Alberto Sironi sono avvenute mentre giravamo. Quando Alberto è stato ricoverato in ospedale ho chiamato a raccolta tutti e ho detto “Ragazzi, prendo io il testimone. Penso sia la cosa migliore. Siamo una famiglia, cerchiamo di farlo nel modo migliore possibile così quando torna Alberto ci dirà meno parolacce e qualche bravo”. Ma Alberto se ne è andato poco dopo. Quando subentri in una situazione del genere devi semplicemente cercare di capire cosa avrebbe fatto chi ti ha preceduto, chi ha dettato gli stilemi di Montalbano, il modo di girare, quali lenti. Di mio, se posso permettermi, credo ci sia una melanconica dolcezza o una melanconia dolce. Ciò che sentivo mentre giravo. Non nascondo che sia stata un’impresa ciclopica. Lavoravo 20 ore al giorno. Di sicuro tra i miei amici della troupe ci sarà stato pure chi ha sospettato che prendessi delle anfetamine per reggere simili ritmi. E invece a tenermi in piedi era il dolore e il senso di responsabilità”. Qualche settimana fa, poi, la terza scomparsa, quella dello scenografo Luciano Acerri, di “colui che ha imposto il ragusano come luogo delle riprese e che ha individuato i luoghi che hanno trasformato Vigata in un luogo dell’anima”.

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I due film che andranno in onda il 9 e il 16 marzo su Rai1 si intitolano “Salvo amato, Livia mia” e “La rete di protezione”, ma c’è già un altro film quasi pronto, tratto da “Il metodo Catalanotti”, che la Rai programmerà il prossimo anno. E poi? È ancora tutto da scrivere il futuro del commissario più amato della tv, di colui che la direttrice di Raifiction Tini Andreatta definisce “testimonial principe della Rai stessa” e che il direttore di Rai1 Stefano Coletta scolpisce come “archetipo identitario della rete”, fiore all’occhiello dell’intera tv di Stato fin dal 1999 quando con “Il ladro di merendine” andò in onda il primo di 36 film complessivi che in 21 anni hanno permesso alla Rai di raggiungere un successo senza precedenti e senza frontiere visto che Montalbano è stato venduto e mandato in onda in ben 65 Paesi del mondo.

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La risposta di Luca Zingaretti è onesta nell’incertezza: “Non lo so cosa faremo. Non lo so se ci fermeremo qui o se andremo avanti. Di romanzi da trasporre ce ne sono due, “Il cuoco di Alcyon” e l’ultimo inedito, quello custodito nella cassaforte della casa editrice di Sellerio. Io al momento sento di dovermi fermare e di dover elaborare il lutto. Ma non vorrei essere frainteso, non vorrei trasmettere un’atmosfera di mestizia. Ad accompagnare questi due nuovi film vorrei che ci fosse una grande festa, in cui si beve, si canta e si balla, proprio come succede in Messico. Una festa per ringraziare e ricordare questi tre grandi filibustieri che si sono goduti la vita fino all’ultimo”.

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