LISBONA – Come ogni finale che si rispetti, anche questa della Champions League, in formula mini torneo a otto con l’incognita della risposta atletica delle squadre a tre partite così ravvicinate, propone un classico di tutte le vigilie importanti: la pretattica. Poiché la parola è di conio italiano e obbedisce dunque alla regola del primato della tattica, non è contemplato dagli stereotipi che i due allenatori tedeschi di Psg e Bayern passino la notte insonne per tendersi trappole. Eppure il risultato è troppo importante per la carriera di entrambi.
Tuchel, che ha un trascurabile passato da calciatore interrotto da precoce infortunio, vuole diventare il primo ad avere portato la Coppa dei Campioni a Parigi. L’unico club francese a vincere fu il Marsiglia di Tapie, mentre fallirono i due assalti agli albori del torneo dello Stade Reims di Kopa e poi di Fontaine col Real Madrid, quello negli anni Settanta del Saint-Etienne proprio contro il Bayern di Beckenbauer e di un giovane Rummenigge, infine quello contro la Stella Rossa Belgrado del Marsiglia stesso, che rimediò poi nel 1993, battendo il Milan col famoso gol di Boli. Ma è da quella partita di 27 anni fa a Monaco di Baviera – gli intrecci del destino si moltiplicano – che una squadra francese non arriva in finale. Anche Flick ha avuto un tempo molto lungo per meditare sul passato, sotto forma di amarissimo ricordo da vendicare: l’emblema è la foto che lo ritrae sulla linea di porta, beffato con tutto il Bayern, nella finale del 1987, dal colpo di tacco di Madjer, il celebre tacco di Allah.
La pretattica del Bayern, al di là della verifica delle condizioni di Boateng (uscito nell’intervallo in semifinale per infortunio muscolare non grave e sostituito da Süle) è basata sulla constatazione che contro il Lione, in semifinale, ha corso qualche rischio di troppo. Sapendo che Neymar e Mbappé non perdonerebbero gli eccessi di disinvoltura difensiva, l’idea è quella di presidiare meglio la mediana, avanzando Kimmich a spese di Thiago Alcantara, che finirebbe in panchina. Il posto di terzino destro, se così fosse, verrebbe preso dal recuperato Pavard, francese campione del mondo che dovrebbe opporsi a un altro campione del mondo Mbappé, il suo compagno di Nazionale Mbappé.
La pretattica del Psg, al di là del recupero in porta di Navas (Rico ha già giocato la semifinale) è invece legata soprattutto al dilemma Verratti, appena guarito dall’infortunio al polpaccio ma con soli 12 minuti di rodaggio nel finale della partita col Lipsia: schierarlo dall’inizio, col rischio di una sostituzione precoce, oppure preservarlo? Il dilemma è anche tecnico, perché con Verratti in campo al posto di uno tra Herrera e Paredes sarebbe più facile fare arrivare il pallone al trio Di Maria-Neymar-Mbappé, innescandoli più spesso e impedendo dunque che la macchina tritatutto dell’incessante presenza del Bayern nella metà campo avversaria si metta in moto.
L’importanza della tattica – e dell’annessa pretattica – l’ha illustrata a Dazn un esperto navigatore della Champions come Mourinho: squadra (Bayern) contro individualità (Psg), ha riassunto: “Vedo parallelismi tra la mia Inter del triplete e questo Bayern, che ha vinto tutte le partite segnando un sacco di gol e giocando un calcio molto intenso. Flick è praticamente all’inizio della sua carriera come allenatore capo, ma sta facendo un lavoro fantastico: si avverte la grande empatia tra lui e i suoi giocatori, il che è molto importante in questi grandi momenti. Ha due calciatori fondamentali. Müller si sente di nuovo bene e non è affatto vecchio, ha semplicemente iniziato molto presto. Kimmich ha tutte le qualità che un allenatore vuole vedere: ha una grande intelligenza calcistica, capisce il gioco ed è versatile. Ma il Psg, che come squadra nel senso di collettivo non è fenomenale, di fenomenali ha alcuni giocatori”. L’allusione è ovviamente a Neymar e Mbappé: “Come squadra il Psg è terrestre. Ma ha qualche giocatore che viene da un altro mondo”.
Fonte www.repubblica.it












