
LISBONA – Finora per il Lione è stato tutto perfetto, clima portoghese e del ritiro di Cascais incluso. Sulla lunga passeggiata che porta alla villa dell’esilio di Re Umberto, oggi hotel di lusso con Spa, la brezza atlantica potrebbe somigliare a quella adriatica di Porto San Giorgio, il paese di Paolo Rongoni, 48 anni, preparatore atletico marchigiano dell’OL, la squadra lasciata dall’interruzione della Ligue 1 per coronavirus al settimo posto e fuori dalle coppe. Nella semifinale contro il Bayern il Lione cerca la sua prima finale di Champions. Rongoni, al quale l’allenatore Rudi Garcia ha riconosciuto un ruolo fondamentale nell’eliminazione della Juventus negli ottavi e del Manchester City nei quarti, era l’unico italiano entrato in scena, fino all’ingresso di Marco Verratti negli ultimi minuti della semifinale del Psg col Lipsia e in attesa della possibile scelta di Daniele Orsato come arbitro della finale: “Io unico italiano in corsa fino a ieri? Ne avrei anche fatto a meno”.
Non ne era contento, professor Rongoni?
“Per me è bellissimo essere arrivato fin qui e avere realizzato un mio sogno di bambino. Però mi dispiaceva per il calcio italiano, che è di ottimo livello, glielo assicuro. E comunque meno male che Verratti ha giocato”.
Eccesso di tatticismo e scarsa intensità di gioco: è la diagnosi più diffusa sulla decimazione delle italiane, Atalanta a parte.
“Ma no, non possiamo pensare che la tattica sia solo una prerogativa nostra. La Germania, ad esempio, in questo senso va a velocità supersonica. Uno come Nagelsmann, l’allenatore del Lipsia, al di là della sconfitta col Psg è all’avanguardia tattica e ha solo 33 anni”.
Perciò?
“Perciò secondo me è vero che la tattica in Italia è fondamentale e che in serie A, se non sei bravo tatticamente, non vai avanti. Ma in Champions trovi giocatori fisicamente più forti e puoi pagare la differenza. E’ una questione genetica”.
Il Lione è messo bene, da questo punto di vista.
“L’inverno scorso l’ho detto anche a Rudi, che conosco ormai dal 2007, dai tempi in cui allenava il Le Mans: se ci lasciano tempo per prepararci, possiamo fare sfracelli. I calciatori neri, che in squadra non sono pochi, hanno parametri fisici incontestabilmente superiori, basta vedere una finale dei 100 metri alle Olimpiadi, dove un atleta bianco è una rarità”.
In più gli attaccanti francesi potenzialmente da Nazionale sono una decina.
“In generale il calciatore francese, nella media, è anche aerobicamente più forte. Corre di più naturalmente, perché lo fa fin da bambino, è un elemento dell’educazione scolastica. E’ un approccio diverso, ogni paese ha le sue peculiarità. La Francia viene da una generazione straordinaria in ogni reparto: basti pensare che il nostro Aouar, centrocampista molto forte, per ora non è stato convocato in Nazionale”.
Si torna alla tattica.
“Che a questi livelli è molto evoluta. Guardiola, Mourinho o Klopp, tanto per fare dei nomi, hanno la loro. Ma nessuno nelle coppe europee è uno sprovveduto. In ogni caso contano i campioni. Ad esempio Mbappé spacca le partite: se gli lasci un po’ di spazio, nessuno riesce più a prenderlo”.
L’Italia non primeggia più in nulla?
“No, è che l’equilibrio è molto sottile. L’Italia ha un’ottima cultura del lavoro. Io mi sono formato alla scuola italiana, che mi ha dato principi eccellenti”.
Diagnosi sul successo di francesi e tedesche: sono più fresche, perché la Ligue 1 si è fermata e la Bundesliga ha ricominciato e finito prima.
“Non credo. Io avrei voluto giocare il campionato e lo dissi subito, non lo dico solo ora che ci fanno i complimenti. Nel calcio ci si allena giocando le partite. E se hai la fortuna di lavorare in una grande squadra, con una rosa di almeno 18 calciatori, puoi giocare, allenarti e fare anche un po’ di lavoro a parte. Piuttosto, io mi sono scervellato, prima della partita con la Juventus, su un problema”.
Quale?
“Mi sono confrontato anche con alcuni colleghi, durante tutta la fase di preparazione, su come avremmo potuto reggere gli ultimi 15 minuti, nei quali inevitabilmente non avremmo avuto il ritmo partita che la Juventus invece aveva”.
Conclusione?
“La differenza in una partita la fanno i campioni e l’unità di squadra. Se avessimo giocato il campionato, sarebbe stata più o meno la stessa cosa. Io faccio il preparatore atletico, ma non penso di avere tutta questa importanza: il calcio non è l’atletica leggera. Noi siamo e restiamo una squadra buona, ma non dello stesso livello di Juve e City”.
Vuol dire che avete vinto grazie all’unità del gruppo?
“A noi ha fatto bene stare 7-8 settimane insieme, l’unità di squadra si creata anche lì. In questo senso la sosta è stata utile, nel maxiritiro: dopo le 12 settimane di stop siamo stati sempre insieme per le 8 di preparazione, con una breve pausa”.
Teme il ritmo del Bayern?
“Messi aveva fatto suonare il campanello d’allarme su questo, in tempi non sospetti. Che i tedeschi ci metteranno pressione è una certezza”.
La Final Eight, vista da un preparatore, è da ripetere?
“Io ho cominciato con il campionato Primavera, che aveva una formula simile. Con la Final Four avevi spazio per due preparazioni: facevi quella per il campionato e poi quella per le finali. E’ una formula più spettacolare e squadre come la nostra forse ne hanno tratto vantaggio: il miracolo con la Juventus nasce anche dal fatto che il ritorno degli ottavi, di fatto, è diventato una partita secca”.
E adesso?
“Adesso siamo in una condizione invidiabile. Ci possiamo giocare questa semifinale liberi di testa”. Fonte www.repubblica.it












