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Il Bayern in Champions vince solo con gli allenatori tedeschi: i segreti di Flick

Sosteneva un dirigente del Bayern in trasferta a Lisbona, costretto a vedere il trionfo sul Barcellona sul maxischermo di un bar di Avenida da Liberdade, perché il protocollo medico della Final Eight di Champions restringe l’ingresso allo stadio al solo vertice dei club, che il motivo per il quale la squadra allenata da Hansi Flick vincerà la Coppa dei Campioni è essenzialmente uno: è tedesco. Non si tratta di nazionalismo, ma di stringente sillogismo applicato ai grandi successi del calcio di Germania, cioè alle 5 Coppe dei Campioni vinte dal Bayern, a quella del Borussia Dortmund e ai 4 titoli mondiali della Mannschaft, la Nazionale: Udo Lattek era un prussiano nato nell’attuale Polonia, Detmmar Cramer, Otmmar Hitzfeld (nel 1997 guida del Dortmund) e Jupp Heynckes rigorosamente tedeschi, come del resto i 4 ct Sepp Herberger, Helmuth Schön da Dresda, Franz Beckenbauer e Joachim Löw. Precisato che esiste un’eccezione alla regola – l’austriaco Ernst Happel con l’Amburgo – che Heynckes al Real Madrid e Jurgen Klopp al Liverpool hanno prestato anche a squadre straniere la Siegermentalität, la mentalità vincente, che Thomas Tuchel vuole imitarli col Psg e che Julian Nagelsmann si accontenterebbe di portare il Lipsia al successo, il ragionamento del dirigente di cui sopra è ineccepibile. Al Bayern, in Champions, si adattano meglio gli allenatori tedeschi, se è vero che tre grandi tecnici dal curriculum decisamente internazionale – Trapattoni, Guardiola e Ancelotti – hanno mancato l’obiettivo, quando sono stati chiamati al timone della corazzata simbolo del calcio in Germania.

Lo stratega del Mineirazo

La massima dimostrazione del concetto è per la stampa bavarese la resurrezione di Thomas Müller, dovuta essenzialmente al feeling con Flick, che dopo l’8-2 al Barça gli ha pubblicamente riconosciuto il ruolo di leader: “Thomas è stato l’uomo più importante in campo, si merita ogni soddisfazione. Ha avviato sempre il pressing in attacco, che è stato il segreto di quasi tutti e 8 i gol. Anche se il segreto vero è stato lo spirito di sacrificio di tutti i giocatori, la loro voglia di aiutarsi. C’è un’altra cosa che mi preme sottolineare: i neoentrati hanno proseguito, senza soluzione di continuità, il lavoro di chi giocava dall’inizio della partita. Per me è il risultato migliore”. Come abbia potuto ottenerlo lui, che passava per un oscuro travet del pallone, lo racconta ancora una volta la biografia, il cui più evidente tratto comune con i connazionali Tuchel e Nagelsmann, che gli contenderanno la coppa, è la precoce interruzione della carriera di calciatore per infortunio. Flick, che è nato a Heidelberg e lì vicino, a Bammental dove risiede, possiede un negozio di articoli sportivi, sembrava avviato a 18 anni a diventare impiegato di banca prima della chiamata delle giovanili delle riserve dello Stoccarda. Del Bayern conosce parecchio, avendovi giocato 137 partite prima di trasferirsi al Colonia. A 28 anni iniziò il corso per allenatore, che avrebbe concluso da primo della classe. I dilettanti del Bammental, l’Hoffenheim ante Rangnick e un ruolo nello staff di Trapattoni al Salisburgo sono state le sue prime tappe. Poi arrivò la telefonata fatidica: giusto 14 anni fa, nell’agosto 2006.

Tattica e psicologia

Gliela fece Löw, appena nominato ct al posto di Klinsmann, vittima nella semifinale di Dortmund dell’Italia di Lippi al Mondiale: lo voleva come assistente. Per bizzarra coincidenza suo fratello Markus era stato il calciatore chiamato per sostituire Flick ingaggiato dal Bayern, quando nel 1985 era un centrocampista del piccolo Sandhausen. Il binomio con Löw funzionò benissimo, fino alla conquista del Mondiale 2014 in Brasile. Flick, per la squalifica di Löw, fu tecnicamente il ct in panchina nel quarto di finale dell’Europeo 2008, vinto contro il Portogallo. La cronistoria vuole che negli 8 anni sul campo con la Mannschaft sia stato determinante per la tattica, con la puntigliosa applicazione di schemi anche inediti in particolare sui calci di punizione e sui corner e che la sua successiva uscita di scena sia stata tra le cause del fallimento al Mondiale 2018. Di sicuro la sera del Mineirazo, quando la Germania sommerse il Brasile col famoso 7-1 di Belo Horizonte, lui c’era e le assonanze con questo 8-2 sono il ritornello di queste ore. Ma il vero punto di forza dell’allenatore del Bayern viene considerato il grande rapporto personale con i calciatori e le sue doti di psicologo.

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Dopo essere stato fino al 2017 direttore sportivo della Dfb, la Federcalcio, entrò nello staff del Bayern da assistente di Nico Kovac. La promozione è stata decisa dall’amministratore delegato Rummenigge il 3 novembre, al posto di Kovac, proprio per il legame forte con la squadra. Il successo è arrivato subito: vittoria in campionato e contratto fino al 2023, che l’ex portiere Oliver Kahn, prossimo a diventare dal 2021 il capo del club sostituendo Rummenigge, non è certo intenzionato a rinnegare. Flick ripete il suo mantra: “Serve tanto allenamento, perché giochi come ti alleni. C’è ancora tanto lavoro da fare, per vincere la coppa”. Infatti allo stadio municipale di Mafra, cittadina a nord di Lisbona, il Bayern lavora per vincere.

Fonte www.repubblica.it

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