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Il caso dell’atleta donna con troppo testosterone

Il caso dell'atleta donna con troppo testosterone

È il processo sportivo del secolo: al Tribunale arbitrario dello sport di Losanna, in Svizzera, Caster Semenya sfida la Iaaf, l’Associazione internazionale delle federazioni di atletica leggera, che ad aprile 2018 ha imposto nuove norme “di ammissibilità nella classificazione femminile per atleti con differenze di sviluppo del sesso”. Per competere in ambito femminile, dice la Iaaf, il livello di testosterone nel sangue non deve superare la soglia di 5 nanomoli per litro. Caster Semenya, 28 anni appena compiuti e due volte medaglia d’oro ai Giochi Olimpici (Londra 2012, a tavolino per la squalifica della russa Marija Savinova, e Rio 2016), quel fatidico livello lo supera.

Le nuove regole, di fatto, rappresentano una sorta di legge ad personam perché si applicano soltanto per alcuni tipi di gare, cioè su lunghezze superiori ai 400 metri: la campionessa sudafricana corre, e spesso e volentieri vince, gli 800.

Cosa sono le “differenze di sviluppo del sesso”? Lo spiega il medico

Non è la prima volta che Caster Semenya finisce nel mirino della Iaaf: nell’agosto del 2009, dopo un impressionante 1’55”45 ai Mondiali di Berlino che la portò alla vittoria, l’atleta allora diciottenne venne sottoposta a un test per stabilirne il sesso. La questione si risolse soltanto un anno più tardi con il via libera, da parte della stessa Iaaf, a Semenya: “L’Associazione accetta la conclusione a cui è giunto il comitato medico”, cioè che “può correre con effetto immediato”. Nel 2011 la Iaaf ritoccò la soglia massima accettabile di testosterone nel sangue (fissandola a 10 nanomoli per litro), ora vuole dimezzarla. Escludendo Semenya dalla gara in cui va più forte di tutte.

“Quando parliamo di disordini della differenziazione sessuale (Dsd) parliamo di disturbi che, nella maggior parte dei casi, si realizzano per motivi genetici nella fase dello sviluppo embrionale e fetale – spiega all’Agi Fabio Lanfranco, andrologo e ricercatore di Endocrinologia all’Università di Torino -. Per svariate ragioni avviene un’alterazione dei livelli di testosterone nel feto”. Il testosterone, l’ormone maschile per eccellenza, è quello responsabile della definizione sessuale nel corso della gravidanza: “Affinché un embrione geneticamente maschio, cioè dotato di un cariotipo maschile (con cromosomi di tipo XY), diventi maschio anche fisicamente è necessario che dalla 11esima o 12esima settimana di gravidanza compaia il testosterone”, prosegue Lanfranco. Se questo non accade “lo sviluppo naturale va verso un fenotipo, e quindi un aspetto fisico, femminile”.

Genotipo e fenotipo: il ruolo del testosterone nel feto

Il genotipo è il corredo genetico di un individuo, cioè quello che è scritto nel dna, ed è immutabile. Il fenotipo, al contrario, è l’insieme dei caratteri che l’individuo manifesta: non dipende soltanto dal genotipo, ma anche da altri fattori tra cui l’interazione dei geni. Anche se generalmente vanno di pari passo, può accadere il contrario: “Se l’embrione e, successivamente, il feto non ricevono testosterone sviluppandosi diventano in ogni caso femmine, indifferentemente dalla genetica”.

I soggetti che soffrono di disordini della differenziazione sessuale, insomma, hanno la genetica di un tipo – maschile o femminile – ma uno sviluppo fisico del sesso opposto. È soprattutto dalla pubertà che cominciano a rivelarsi le situazioni di Dsd: a quell’età, cioè intorno agli 11-13 anni, “un individuo geneticamente maschio, ma riconosciuto come femmina alla nascita perché di fatto i genitali esterni sono femminili, può cominciare ad avere un aumento di testosterone e quindi si virilizza”. I Dsd, naturalmente, possono riguardare anche i casi opposti, di corredi genetici femminili che ricevono testosterone in eccesso, risultando poi maschi (dal punto di vista del fenotipo) alla nascita.

Ridurre il livello di testosterone non è un gioco e ha conseguenze

L’ipotesi, spiega Lanfranco, è quindi che Caster Semenya sia “un maschio genetico che non ha avuto testosterone in gravidanza e perciò non ha sviluppato genitali maschili, venendo quindi allevata come femmina i cui livelli di testosterone, oggi, sono elevati”. In teoria alti tassi di ormoni maschili nelle donne possono dipendere anche da altre ragioni: “Esistono disturbi acquisiti in età adulta, ma in quei casi non si parla più di Dsd ma di iperandroginismo” e non pare essere il caso dell’atleta sudafricana.

La questione, oltre ai risvolti sportivi e politici (sul tema si è speso anche il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa), pone grossi interrogativi soprattutto da un punto di vista medico: “Decidere di intervenire sull’assetto ormonale è una scelta molto delicata anche dal punto di vista etico”, sostiene Lanfranco. Le linee guida della comunità scientifica suggeriscono di “perseguire il benessere psicofisico dell’individuo”, e in genere “si decide di far crescere e sviluppare l’individuo in base a come è stato allevato fino a quel momento e a come si colloca nel contesto familiare e sociale”. La premura, insomma, è tutelare il modo in cui “può stare meglio”.

Le cure rischiano di peggiorare il livello di benessere

In cosa consistono le cure per ridurre i livelli di testosterone? Dipende dai casi: in presenza di “gonadi poco differenziate che producono testosterone si può intervenire chirurgicamente” ma è una scelta “radicale” e comunque non pare essere il caso di Semenya. Negli altri casi si produce alla cura farmacologica con “farmaci anti-androgeni che riducono la produzione ormonale o i suoi effetti periferici”, un’opzione non meno delicata perché si tratta di “terapie di anni, se non a vita”, spiega il ricercatore. Modificare “l’assetto ormonale di una persona certamente avrà come effetto una riduzione del benessere, della forza fisica e anche della performance sportiva – conclude Lanfranco -. Un conto è vietare il doping; un altro è imporre un cambiamento negli ormoni che naturalmente si hanno. Non è mica una cosa che ha deciso lei, né lo fa dolosamente”. 

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