
Esistono molti modi per dirsi addio. Ma uno soltanto funziona: quando le parti sono d’accordo. Messi e il Barcellona non si sono mai veramente spinti dove le allarmanti copertine dei settimanali raccontavano di averli visti dopo il terremoto provocato del 2-8 di Champions inflitto dal Bayern: sull’orlo di un abisso chiamato divorzio. Non si sono mai affrontati, faccia a faccia, per non rivedersi mai più. Non sarebbe stato e non sarebbe possibile perché Messi e il Barcellona sono una cosa sola, sono due facce della stessa medaglia. Se una va a specchiarsi, vede l’altro. Se uno esce di casa, l’altra lo segue. E’ vero, Messi non sembra felice come prima. Può darsi che sia “colpa” del tempo che passa. A 33 anni le giunture e le sinapsi possono anche cominciare ad inviare segnali nuovi, benché siano giunture e sinapsi di proprietà di un mostro di genetica e di eleganza, di genialità e di potenza, di uno che ha reso elementare l’impossibile, alterando le leggi della fisica. Magari un impercettibile ritardo dell’impulso sta cominciando ad incidere sulla prestazione di questo campione di impietosa superiorità, rendendolo meno continuo.
Messi non è più quello di prima, scrivono tutti. E hanno ragione. Sarebbe strano che fosse ancora quello di dieci anni fa, quando Iniesta, chiacchierando in Sudafrica dopo un match della Spagna, spiegava amabilmente in zona mista qualcosa di spaventoso: “Cercate di capirmi: le giocate tecniche di Leo posso farle anche io. Solo che lui le effettua al doppio della velocità!”. Messi andava al doppio della velocità di Iniesta, non di uno qualsiasi. Ebbene quel Messi forse non c’è più. C’è un uomo, come abbiamo visto anche domenica sera contro il Siviglia, all’interno del quale si dibattono voglia e stanchezza, amore infantile per il pallone e istinto di conservazione. Dopo la (falsa) paura di perderlo, il Barcellona adesso se lo ritrova come se nulla fosse accaduto, come se Messi non avesse mai realmente provato a uscire di scena accasandosi altrove, al netto della clausola fantasmagorica. Per Messi non esiste un “altrove”. Al City avrebbe ritrovato Guardiola, ma non Barcellona. Se Guardiola tornasse a casa (dipende dalle elezioni, dipende da chi sarà il nuovo presidente del Barcellona), sarebbe una specie di quadratura del cerchio. Ma si potrà veramente? Del resto quando si parla di Messi, la teoria della montagna che va a Maometto se Maometto non va alla montagna rischia di non funzionare. E’ il calcio che deve andare da Messi, non il contrario. E’ lui che attrae, non i luoghi ad attrarre lui. E non sarà mai una questione di soldi
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Messi ha comprato casa a Milano. E questo è bastato per creare la fragile illusione che stesse pensando a trasferirsi. Anche Brad Pitt, LeBron James, Daniel Craig, Jeff Bezos e Sasha Zverev possono acquistare un appartamento a Milano senza per questo finire il giorno dopo nell’elenco dei giocatori di Antonio Conte. Oltretutto Messi è il “bambino” perfetto. Ha bisogno di certezze, di “Masie”, di carezze, di sicurezze. Parla pochissimo, non s’integrerebbe, nemmeno ci proverebbe. Il suo nuovo allenatore, Koeman, ha sentito il bisogno di dire: “Messi è sempre il migliore”. Francamente poteva farne a meno. Oppure temeva di perderlo. Oppure i detrattori di Leo, all’interno del club, tutta gente che adesso non c’è più, gli avevano inoculato il siero del dubbio: “Guarda che non è più quello di prima”. Leo è tornato in campo. Tutti aspettavano di capire come e dove lo avremmo visto orbitare. Non è chiaro ancora. Come non è chiaro come giochi il Barcellona di Koeman, che è sempre parso più un assemblatore che uno stratega, più un ct che un tecnico che cambia le squadre e le modella secondo una sua filosofia. Finora, il Barcellona di Koeman , sistemato con un 4-2-3-1) ha detto che Messi parte da centravanti ma non fa mai il centravanti, che Griezmann parte da esterno alto a destra e non combina quasi niente, che Fati è stato promosso titolare (bene) e che Coutinho ha ritrovato l’ispirazione perduta (al Bayern) giocando a nascondino con Leo sulla trequarti: a volte sono sublimi, altre volte s’intruppano. La palla corre velocissima, i triangoli sono strettissimi, spesso funambolici, ma mancano le imbucate dei centrocampisti, nessuno dei quali (per ora i titolari sono De Jong e Busquets e nessuno dei due ha particolare inclinazione per questo movimento). Se le squadre si chiudono in mezzo, i fenomeni s’intoppano, come un lavandino otturato. E sulle fasce Alba ha perso la sua infallibilità (e contro il Siviglia s’è anche infortunato), tale da garantire lui l’imbucata e il passaggio arretrato rasoterra: mentre dall’altra parte Sergi Roberto fa come sempre quel che può, essendo lui nato jolly. Insomma anche se la richiesta di garanzie sul rinforzo della squadra, onde evitare altre figuracce, è ancora sul tavolo dei dirigenti, né rifiutata né accettata, Messi è ripartito. E’ ripartito, segna, ma non brilla. Come il Barcellona di Koeman (l’olandese avrà vita lunga?). E’ come se la concentrazione, la determinazione e la spietatezza che l’hanno reso unico, ogni tanto abbandonassero Leo. Per quella punizione, per quel passaggio, per quella ricerca di spazio, nel chiamare la giocata. Dettagli invisibili, ma cruciali. Sul futuro di Messi continua a pesare l’incognita: e se a fine anno smettesse? Se ci stesse già pensando? Se quel vago senso di risparmio che trapela da alcuni suoi atteggiamenti, o dal suo body language, fossero proprio causati da questo dilemma? Che farò da grande?
Fonte www.repubblica.it












