Pagine polverose nascondono verità che il tempo addolcisce: c’è per esempio un 9-1 subito dal Birmingham City nel ’54. Povero Liverpool. Ma ormai che male può fare: è solo un ricordo, è una foto con una mezza rovesciata in bianco e nero. Per non parlare di quel 9-2 rimediato dal Newcastle vent’anni prima, quando la squadra navigava in così cattive acque che l’avevano ribattezzata “Merseypool”. Invece questo 7-2 per mano dell’Aston Villa, nessuno poteva immaginarlo. Persino guardando la partita si stentava a crederci. Nell’era moderna è lo schiaffo più brutto, più inspiegabile e più lungo, uno schiaffo che non finisce mai e che colpisce l’intera Kop, senza distinzioni. Anche la Kop immaginaria di questi giorni. Mai il Liverpool aveva subito sette reti da quando esiste la Premier League (’92). Il Liverpool campione ridotto per poco più di novanta minuti ad un’Armata Brancaklopp, organizzata benissimo se si fosse trattato di un’acchiapparella, ma imbarazzante visto che si stava pur sempre giocando a pallone e più o meno sempre con le stesse regole, stessi punti in palio, stesso campionato.
L’Aston Villa è una realtà del momento. La squadra del capitano Grealish, dell’appena arrivato Barkley (di cuore Everton), del centravanti Watkins, tripletta col Liverpool, e dell’ottimo egiziano Trezeguet. Con l’Everton in testa alla Premier, e con il Villa subito dietro ma soltanto perché ha giocato una partita in meno, sembra di rivivere i fasti del calcio inglese degli anni Ottanta (meglio non dimenticare che il Villa ha conquistato la Coppa dei Campioni nel 1982). Sulla loro durata, dopo quest’avvio folgorante, all’insegna dei due loro gioielli offensivi Watkins e Calvert-Lewin, nessuno può scommettere. Nemmeno Ancelotti, che dei due allenatori del momento (l’altro è il 49enne Dean Smith, da tre stagioni tecnico del Villa) è certamente il più cauto nei giudizi e senza alcun dubbio il meno incline a lasciarsi andare in previsioni, che per lui sono solo profezie. Più focoso, romantico e caratterialmente entusiasta Smith, il quale si commuove come un bambino, pur non facendo trapelare nulla di questa sua debolezza, se qualcuno dei suoi ragazzi crea un’occasione da gol: “Mi ricordano i regali nel giorno della Befana”. Nemmeno il gol: l’occasione da gol. Adesso Smith impiegherà una settimana, se non avrà altre distrazioni, per smaltire le emozioni vissute durante il più straordinario 7-2 della sua carriera.
Giocavano al Villa Park due squadre distinte in ogni genere della letteratura: “heroes & villains”. “Villains” è il soprannome dei giocatori dell’Aston Villa, gli “heroes” non potevano che essere i campioni in carica del Liverpool. Tradotto in italiano, sarebbe “buoni e cattivi”. Viene facile presumere, come in ogni favola, che gli “heroes” siano i più amati e siano soprattutto destinati a vincere e che i “villains” stiano lì, rassegnati dal destino, per interpretare il ruolo dei perdenti. Invece va tutto alla rovescia. Per una volta, non solo vincono i “villains” ma addirittura scalzano gli “heroes” dallo scranno dei buoni, issandosi a paladini dei diseredati, dei piccoli, degli ultimi e dei penultimi. Perché hanno travolto i primi. Nel 7-2 che segnerà una data storica per l’Aston Villa, c’è lo zampino del Liverpool (che poi è una zampa bella grossa). Chissà: magari le gioie e le fatiche delle ultime due trionfanti stagioni (Champions, Premier) si sono staccate dalla montagna delle certezze e di colpo sono precipitate addosso ad ogni singolo campione del gruppo di Klopp, trasformate per una notte in una valanga di dubbi, riducendo le capacità e forse anche le dimensioni fisiche dei giocatori in campo, davvero tutti irriconoscibili (a parte, forse, Salah). Si aggiunga il caso (il rigore non assegnato al Liverpool sullo 0-0), si aggiunga la sfortuna (le tre reti del Villa scaturite da clamorose deviazioni, palla di qua, portiere di là), si aggiunga infine una crescente difficoltà, notata persino nel capitano Van Dijk, nel provare a dare un senso alla vita ogni volta che si tornava a centrocampo per rimettere la palla in gioco dopo l’ennesima rete dell’avversaria. Chi è abituato a dominare può dimenticare cosa si prova in certi momenti, cosa sia la mortificazione, come si reagisce al disastro. Fatto sta che il Liverpool è uscito dal Villa Park con una sola certezza: aver rimpolpato il proprio libro dei record, ma alla voce sbagliata. Klopp non può nemmeno dire: “Mi mancava Alisson”. E’ vero, mancava. Ma anche Alisson in passato ha commesso qualche sciocchezza, come Adrian contro il Villa. Non c’era Manè (in isolamemto), non aveva ancora Thiago. Ma niente è sufficiente per spiegare la mancanza di reattività collettiva. Klopp s’inferocì con i suoi quando, a titolo già conquistato, fece un’orrenda figura contro il City, che dette una lezione ai nuovi campioni. Ci rimase così male che disse, a mezza bocca: “E questo sarebbe il modo per dimostrare di aver meritato di vincere il campionato?”. Esagerava, ma il concetto era chiaro. Gli “heroes” non abbassano mai la guardia. Altrimenti diventano “villains”. E i “villains” acquistano “like” e prendono il loro posto…
Fonte www.repubblica.it

