Chiede un paio di giorni per pensare, poi sarà pronto a parlare del futuro con Steven Zhang e Beppe Marotta, che all’Inter lo ha voluto così fortemente. Ma l’impressione è che nella testa di Antonio Conte la decisione possa essere già maturata. Casomai presidente e amministratore delegato, se lo vorranno, potranno provare a fargli cambiare idea: l’ex ct già parla della sua esperienza in nerazzurro al passato. Ripercorre il suo anno abbondante all’Inter e ne fa un bilancio, come fosse una cosa finita. E a guardare indietro, ai tredici mesi passati insieme, ci sono cose belle e cose meno belle. L’impressione, a volere vedere le cose con distacco, è che le prime prevalgano sulle seconde. Ma evidentemente l’allenatore dell’Inter non la pensa così.
Le ambizioni
Conte, fresco di nomina, chiese “almeno l’uno per cento di possibilità di vincere”. Ha avuto molto di più, e molto ha dato per provarci. A conti fatti, resta il secondo posto a un punto dalla Juve in campionato, a quota 82, come nell’anno del Triplete. E una finale persa ma giocata, almeno per un tempo, contro una squadra che le finali non le perde mai. Un’occasione vera, dopo dieci anni dall’ultima: Mourinho, Madrid, un’altra storia. Ma l’Inter di Conte c’è. Evidentemente a lui, agonista compulsivo, due secondi posti non possono bastare, convinto com’è che “il secondo sia il primo dei perdenti”. Ma il bilancio sulla sua stagione interista non può essere negativo.
Le soddisfazioni
Le fotografie più belle della stagione restano quelle dei derby vinti contro il Milan, dominato all’andata, in rimonta al ritorno. E la cavalcata finale, fra campionato ed Europa League. La vittoria a Genova contro il Genoa, quella col Napoli in casa, l’Atalanta surclassata a Bergamo, oltre ogni previsione. Poi le settimane tedesche, con prestazioni sempre in crescendo contro Getafe, Bayer Leverkusen, Shakhtar. A riconoscere i meriti di Conte, prima della finale di ieri, è stato l’ad Beppe Marotta: «I risultati vincenti non sono un caso. L’allenatore ne è artefice, ha dato gioia ai giocatori. Dobbiamo continuare nel solco tracciato».
Le delusioni
La finale di Colonia si aggiunge alla lista dei momenti duri per l’Inter e il suo allenatore, assieme alle due sconfitte contro la miglior Juve della stagione. La prima di fronte ai 75mila di San Siro. La seconda nel clima spettrale, allora straniante ma presto divenuto familiare, dello Stadium deserto. Resta il rimpianto dei troppi pareggi evitabili (dalla Fiorentina in trasferta all’andata fino al Sassuolo in casa al ritorno) e della sconfitta in casa con il Bologna, zavorre in una corsa scudetto possibile. Poi ci sono le semifinale di coppa Italia lasciata al Napoli e i secondi tempi da incubo seguiti a primi sontuosi, a Barcellona Dortmund. Segno che l’Inter un po’ matta lo è ancora, nonostante lo slogan “no more pazza”, scandito da Conte a inizio stagione.
Le prime crepe nei rapporti
Proprio nei primi tempi contro il Barcellona al Camp Nou e con il Borussia a Dortmund l’Inter ha capito quanto era forte. I crolli nervosi della squadra nella ripresa hanno spinto Conte, nel dopo partita, a esplodere in invettive diventate poi consuete nella seconda parte di stagione. A Barcellona l’ex ct se la prese con l’arbitro, come ha fatto anche ieri sera dopo il mani in area non fischiato a Diego Carlos. A Dortmund si è invece lamentato con la società, denunciando carenze nel mercato estivo e nella programmazione. Un anticipo delle accuse, più veementi e dirette, mosse a Bergamo dopo l’ultima di campionato: Conte ha imputato ai vertici nerazzurri di non avere protetto la squadra, dalle critiche e nella definizione dei calendari.
L’effetto delle sfuriate
Le sfuriate di Conte hanno irritato proprietà e dirigenza dell’Inter, ma hanno compattato la squadra. A partire da chi sotto la sua guida è rinato o ha trovato la maturità. È il caso di Lukaku – 34 gol alla prima stagione interista, come Ronaldo – leader e totem, così fortemente voluto dall’ex ct. È il caso di Candreva, tornato se stesso dopo anni bui. E di Barella, Sensi e Bastoni, ragazzi forti che con Conte sono diventati fortissimi. Ma anche della panchina. Fra i pochi che l’allenatore ha elogiato pubblicamente, chi a inizio stagione ha giocato meno, da Borja Valero a Godin.
Il bicchiere a metà
Fra le metafore più care a Conte c’è quella del carro (sottinteso: dei vincitori) su cui c’è chi può salire e chi no. Un’altra è quella del bicchiere, che invita gli altri a vedere mezzo pieno, ma che fatalmente lui vede mezzo vuoto. Vorrebbe vincere sempre tutto, non gli basta nulla di meno. La figlia l’ha chiamata Vittoria, e nella sera del suo compleanno ammise: «Ora che abbiamo vinto col Verona, possiamo festeggiare in famiglia». Come a dire che, se invece avesse perso, difficilmente avrebbe trovato la serenità per passare del tempo fra torta e candeline. Sereno, Conte non lo è mai. Non lo è stato ieri sera: punzecchiato da Banega ha finito per minacciarlo, ricambiato.
L’amore impossibile e il possibile addio
«Perché proprio io?», si chiedeva Conte nel video spot istituzionale che lo presentò come allenatore nerazzurro. La risposta che si dava allora, d’accordo con la società che aveva realizzato il filmato, era: «Condividiamo la stessa ambizione, il coraggio, la fame e la determinazione». Sono soprattutto la fame e la determinazione ad avere conquistato moltissimi (tutti è impossibile) tifosi interisti, facendo presto dimenticare il fatto che Conte, nella sua prima vita, sia stato una bandiera della Juventus, fra campo e panchina. Ad accoglierlo, da subito, è stata la curva nord di San Siro. Altri ci hanno messo di più, a qualcuno proprio non è mai piaciuto. E proprio quando, con la prima finale raggiunta in 9 anni, cominciava a farsi apprezzare anche da loro, c’è la possibilità che lasci. Il nome più forte per il futuro della panchina interista è quello di Massimiliano Allegri.
Fonte www.repubblica.it










