
LISBONA – Fado, Futebol e Fatima. Negli anni Sessanta, in piena dittatura salazarista, erano le tre F del Portogallo e di Lisbona: per anestetizzare le coscienze, dicevano i dissidenti politici. Oggi canzone, calcio e religione sono ancora al centro della vita lisbonese – e canzone e calcio restano una religione – però la città e il Paese hanno da tempo mandato in soffitta il luogo comune di un popolo incline alla rassegnazione e alla malinconia, anche se la pandemia ha ridotto in condizioni di povertà estrema 12 mila persone in più, secondo il sondaggio appena realizzato da Publico: sono state inserite nel sistema di Rendimentos Social de Inserçao, i redditi di sostegno. In luglio, tra i 211.659 beneficiari, più di un terzo erano ragazzi sotto i 18 anni, con prevalenza di donne e bambini. Ma Lisbona è una tra le poche capitali a non maledire del tutto l’annus horribilis: orgogliosamente europea, dopo avere dato nel 2007 il nome al Trattato che rafforzava i principi dell’Ue, è stata nominata Capitale Verde Europea del 2020 ed è stata scelta dall’Uefa come sede della Final Eight della Champions League, soluzione d’emergenza per portare a termine a porte chiuse, all’Estadio da Luz del Benfica e al Josè Alvalade dello Sporting, il torneo economicamente più vitale per l’intera industria calcistica. “Siamo fieri di essere stati scelti: sarà un successo”, profetizzò lo scorso giugno il primo ministro Antonio Lopes.
Un mercato da 100 milioni
Quasi per osmosi, mentre va in scena uno spettacolo meramente televisivo, c’è un’altra Champions in corso a Lisbona. E’ quella del Benfica, che è tra i club simboli del calcio mondiale, con due Coppe Campioni vinte nel 1961 e nel 1962, la maledizione delle cinque finali perse (l’ultima nel 1990 col Milan) e 37 campionati nazionali vinti (uno nel 2005 con Trapattoni), ma che ha smarrito negli anni la competitività al massimo livello internazionale, superato dal Porto e contrastato in Primeira Liga anche dai rivali lisbonesi dello Sporting. Per ritrovare i risultati di una volta, il Benfica si è buttato sul mercato con le ambizioni di un tempo. Proprio in queste ore di attesa per la finale tra Psg e Bayern all’Estadio da Luz, negli uffici di Avenida Eusebio da Silva Ferreira, storico fuoriclasse della squadra, si costruisce una rosa potenzialmente in grado di entrare nei quarti di finale della Champions 2020-21: tra costo del cartellino e stipendio dei calciatori già ingaggiati o vicini all’accordo verrà sfondato il tetto dei 100 milioni di euro, record nella storia della società, fondata nel 1904. Il nome più importante è particolarmente suggestivo in queste ore: Edinson Cavani, 33 anni, attaccante uruguaiano ex di Palermo e Napoli, avrebbe potuto giocare questa Final Eight col Psg, se dopo 7 stagioni a Parigi avesse firmato il prolungamento del contratto in scadenza, appunto per scendere in campo nella Champions. Invece, con la Ligue 1 francese interrotta e senza certezze sulla conclusione delle coppe europee, aveva preferito svincolarsi. Lunedì viene annunciato a Lisbona, in veste di nuovo giocatore del Benfica con un triennale da 10 milioni l’anno. La trattativa non è ancora chiusa e si discute sui termini fiscali, ma tutto sembra pronto per la presentazione.
Eusebio e i fiori appassiti
Cavani a parte, la campagna acquisti è stata già onerosa. Cebolinha, attaccante esterno brasiliano del Gremio, è costato 20 milioni. Il suo connazionale Pedrinho, ala del Corinthians, 18. Waldschmidt, punta tedesca del Friburgo, 15. Sembrano quasi spiccioli i 3 milioni per l’esterno difensivo brasiliano Gilberto, del Fluminense, gli 1,5 per il portiere brasiliano Helton Leite, preso dal Boavista, e soprattutto gli 1,5 per il difensore nazionale belga Vertoghen. Ma i loro stipendi complessivi superano i 20 milioni lordi l’anno. E il mercato non è finito: servono ancora un portiere, un esterno sinistro e una mezzala. Un colpo aggiuntivo sarebbe la conferma del giocatore più importante in rosa: il centrocampista Pizzi, nazionale portoghese, 30 anni, da 7 perno della squadra. Per convincerlo a restare, un ruolo fondamentale potrebbe giocarlo l’allenatore, il classico guru per i tifosi. Jorge Jesus, 66 anni, è tornato a casa dal Brasile, dove ha guidato il Flamengo. Tra il 2009 e il 2015 aveva già allenato il Benfica, vincendo 10 titoli nazionali (tra questi 3 campionati e 1 Coppa di Portogallo) e perdendo 2 finali di Europa League con Chelsea e Siviglia. Il presidente Luis Filipe Vieira, 71 anni, costruttore tra l’altro del nuovo Estadio da Luz, punta su di lui per ottenere un altro mandato di 4 anni alle elezioni. Si affida anche a un direttore sportivo notissimo in Italia: Rui Costa, ex numero 10 di Fiorentina e Milan. E a un giovane direttore generale: Tiago Pinto, 35 anni. Il traguardo dichiarato del Benfica – dopo l’eliminazione ai gironi di questa Champions League dietro Lipsia e Lione protagonisti di questa Final Eight, dopo quella in Europa League con lo Shakhtar e dopo il secondo posto in Primeira Liga alle spalle del Porto, che dagli anni Ottanta gli ha spesso tolto lo scettro di numero uno in Portogallo – è il ritorno nell’olimpo del calcio europeo. Come ai tempi di Eusebio. Sotto la sua statua i fiori sono appassiti. Ma da lunedì per il Benfica comincia la vera Champions.
Fonte www.repubblica.it










