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March Madness, un grande e folle contenitore di storie

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Nello sport non c’è nulla come la March Madness. Negli Stati Uniti come nel resto del mondo. Il più grande torneo universitario di basket esistente è un evento che gli americani, tutti, attendono con grande trepidazione. È una competizione che riempie le programmazioni dei canali televisivi, dei dibattiti radiofonici, delle pagine dei giornali. Per tre settimane. Senza tregua. Il motivo? È il più imprevedibile torneo a eliminazione diretta del mondo: 64 squadre universitarie si sfidano in un tabellone senza ritorno per provare a giocarsi il titolo nazionale. Il titolo NCAA. È come un torneo dello Slam di tennis ma la differenza è che spesso le cose non vanno come dovrebbero andare. La giovane età, la rivalità, l’inesperienza dei giocatori in campo rende tutto più complicato ma, allo stesso tempo, incredibilmente affascinante.

Mi provi a spiegare perché ti piace così tanto?

Anno dopo anno, la domanda che ricevo è sempre questa. In fondo è un torneo molto americano, molto universitario, molto lontano dal nostro modo di intendere e vivere lo sport giovanile. Ogni volta, provo allora a immaginarmi una risposta che contenga l’essenza vera di quella che è più un’attesa, un rito, una celebrazione che un evento in sé. Bene, ad esempio, quest’anno, la March Madness è vedere il giocatore più alto in assoluto, 2 metri e 29 centimetri, sfidare il giocatore più forte, quello destinato a giocare presto con i più grandi. Quella che si gioca al piano di sopra e che si chiama NBA. Tacko Fall, senegalese, che gioca per la University of Central Florida contro Zion Williamson, la cui scarpa rotta, qualche settimana fa ha fatto tremare tutti. Nike compresa.

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Ma la March Madness è anche provare a individuare quale sarà la “cenerentola”. Quella che forse, in termini di musicalità, è una delle poche parole che suonano meglio nel loro inglese più sporco: Cinderella. Quella squadra che, già dal primo turno, sembra essere fuori contesto. Quella che non si capisce perché stata invitata al grande ballo e che, inaspettatamente, per qualche strana coincidenza astrale, inizia a ballare così bene da arrivare fino in fondo. Come la squadra dei Penn Quakers (University of Pennsylvania) che nel 1979, quarant’anni fa, eliminarono tre teste di serie quotatissime prima di arrendersi, al primo atto delle Final Four contro Magic Johnson e la sua Michigan State.

Per alcuni giocatori il passaggio al College è qualcosa che non si scorda mai: Michael Jordan, ad esempio, non si separava mai dai pantaloncini di North Carolina che indossava sotto la divisa dei Chicago Bulls. Se avete visto Space Jam con Bugs Bunny sapete di cosa sto parlando. Alcuni non ci sono mai andati, come LeBron James, passato direttamente dall’High School alla NBA. Un grande rimpianto.

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Poi ci sono quelle partite che mostrano, se stai veramente attento, quell’immenso potenziale che hanno quei giocatori talentuosi ma ancora grezzi. Undici anni fa, Davidson University, siamo in North Carolina, superò due giganti come Georgetown e Wisconsin prima di arrendersi, per due soli punticini, a Kansas che poi avrebbe conquistato il titolo. L’artefice di quelle insperate vittorie aveva un nome e un cognome: Stephen Curry. Era il 2008 e nessuno, forse nemmeno lui, avrebbe immaginato cosa sarebbe stato in grado di fare dieci anni dopo quel ragazzino così mingherlino e così micidiale. Insomma, c’è solo una risposta da dare quando ti chiedono: “Ma perché segui tutte quelle partite delle università americane?”. Semplice. Sono il più grande contenitore di storie al mondo. Passate, presenti e, se hai l’occhio attento, future.

Ma come funziona il torneo?

Il tabellone, o bracket, è composto da 68 squadre. Le prime 32 sono le più forti della stagione, ovvero quelle che vincono le 32 conference regionali con cui sono suddivisi dal punto di vista cestistico gli Stati Uniti d’America e che compongono la Division I del campionato NCAA. Le altre 36 sono squadre che partecipano al torneo grazie a un invito. Quest’ultime sono selezionate da un comitato speciale che tiene conto di diversi fattori che, ovviamente, accendono dibattiti e discussioni. Ma alla fine, il verdetto finale viene comunemente e largamente accettato. Il merito, quasi sempre, è il criterio che domina questa selezione.

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Una volta definite le partecipanti si procede a compilare il tabellone suddiviso in quattro sezioni: South, West, East, Midwest. Ogni squadra porta con se una teste di serie che permette di dividere e accoppiare in maniera proporzionata e assennata le squadre più forti con quelle più deboli. Come, ancora una volta, una sorta di sorteggio tennistico. Dopo le prime partite si arriverà a definire le “Sweet Sixteen”, poi le “Elite Eight” e, infine, le quattro squadre che si giocheranno la “Final Four” in un weekend di fuoco con semifinali e finale. Tutte le partite si giocano in campi neutri ma il luogo dove si giocherà l’atto conclusivo è noto fin dall’inizio. Nel 2019 la sede è Minneapolis, Minnesota.

La tradizione del “bracket” della March Mandes

Se il fantacalcio è il gioco più diffuso tra gli amanti del pallone, la compilazione del cosiddetto bracket è la tradizione più amata da chi segue la March Madness. Si tratta di un tabellone, vuoto, costruito ad albero simmetrico con le caselle da riempire con i pronostici del torneo. Dal primo turno alla finale. Ben 63 partite. Le possibilità sono così tante che indovinare è praticamente impossibile ma sono tantissimi gli americani (non solo loro) che ci provano. Ogni anno, ad esempio, Barack Obama pubblica il suo. Lo ha fatto quando era la Casa Bianca, ma lo ha fatto anche qualche giorno fa, sul suo sito e sui profili social. E ha scelto Duke, quella del giocatore più forte contro quello più alto, come tanti altri suoi connazionali. La grande favorita di quest’anno.

Se non credete che sia così difficile compilare questo tabellone mi basterà darvi un paio di numeri: in questi giorni si stanno giocando le partite del primo turno e, degli oltre 17 milioni di “brackets” compilati sul sito di Espn (ma ogni emittente propone il suo concorso) solo poco più di 42 mila sono ancora in gioco. Lo 0,25% del totale. Il motivo? Cinderella, naturalmente. In questo caso Murray State che ha eliminato la più quotata Marquette. In pochi lo avevano previsto. E pensate che, dopo le prime 32 gare, solo 16 previsioni in tutti i principali “bracket games” (Espn, CBS, Yahoo, Fox, Sports Illustrated) sono ancora in gioco. Ma nessuno, in fondo, si sorprenderebbe più di tanto. Questa, signori e signori, è la March Madness dove il sipario si alza ma non si sa mai cosa potrà accadere sul palco-parquet. A parte, ovviamente, un grande spettacolo. 

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