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Norman, il velocista solidale riabilitato dall’Australia cinquant’anni dopo

Salì sul podio di Messico ’68 assieme ai ribelli Smith e Carlos sostenendoli nella protesta contro il razzismo. Al ritorno in patria pagò a caro prezzo finendo emarginato. Ora per lui un premio alla memoria e forse una statua

Olimpiadi del Messico 1968. Tutti ricordano quel momento particolare in cui Tommie Smith e John Carlos salirono sul podio delle premiazioni, indossarono i guanti neri e alzarono verso il cielo i loro pugni

Fu un gesto simbolico per denunciare il razzismo che in quegli anni era una male evidente e fortissimo negli Stati Uniti. Fu una forma di protesta dirompente, coraggiosa e clamorosa.

Ma se oggi si continua a parlare di Smith e Carlos, nell’ombra è sempre rimasta la storia di Peter Norman, vincitore in quella gara dei 200 metri della medaglia d’argento. Sul podio salì anche lui, bianco e solidale con i due atleti americani (che furono poi espulsi dal villaggio olimpico e discriminati a lungo). Non fece finta di nulla. Non girò la faccia dall’altra parte. Indossò sulla tuta una coccarda con la scritta: “Olympic Project fo Human Rights”: progetto olimpico per i diritti umani. Si comportò da uomo.

Al ritorno in Australia, il velocista scoprì di essere finito al centro di aspre polemiche. La sua coraggiosa solidarietà non poteva essere capita. Quattro anni dopo pagò con l’esclusione dalle convocazioni per Monaco ’72. C’era la scusa di un infortunio, ma fu a tutti gli effetti una ritorsione delle autorità. E solo sei anni fa il Parlamento australiano è riuscito a riabilitare Norma (e a riabilitarsi) chiedendo scusa al campione. Nei giorni scorsi anche il comitato olimpico australiano (cinquant’anni dopo) ha concesso a Peter Norman la più alta onorificenza, l’Ordine al merito. 

Norman però è morto nel 2006. Al suo funerale gli amici e compagni di quei giorni lontani, Smith e Carlos, erano in prima fila e portarono sulle loro spalle la bara di Peter. Ora in Australia si discute la possibilità di costruire una statua in suo onore. Per riparare al torto fatto a un uomo coraggioso e puro che negli ultimi anni di vita rimase in solitudine, depresso e vittima dell’alcol. Ma per sempre campione.

 

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