Cinque anni fa, proprio oggi, Pietro Mennea sceglieva di lasciare le piste di atletica terrestri per andare a correre sulle nuvole. Campione olimpico dei 200 metri piani a Mosca 1980

Cinque anni fa, proprio oggi, Pietro Mennea sceglieva di lasciare le piste di atletica terrestri per andare a correre sulle nuvole. Campione olimpico dei 200 metri piani a Mosca 1980, è stato il primatista mondiale della specialità dal 1979 al 1996 con il tempo di 19″72 che, tuttora, costituisce il record europeo. Soprannominato Freccia del Sud, è l’unico duecentista della storia che si sia qualificato per quattro finali olimpiche consecutive (dal 1972 al 1984). In virtù della sua carriera sportiva è stato insignito dell’ordine olimpico nel 1997 e introdotto nella Hall of Fame della FIDAL.

Pietro MenneaMa Pietro Mennea era molto altro: un uomo che girava l’Italia a tenere seminari per aiutare i bambini più deboli e un grande amante dei libri, tanto da avere un sogno: una Biblioteca – Museo dello Sport.

Quando incontrò Cassius Clay (a lui non piaceva chiamarlo Muhammad Ali) gli fu presentato come l’uomo più veloce del mondo. Al pugile che lo apostrofò “ma tu sei bianco”, rispose “sì, ma sono nero dentro”.

Pietro Mennea era così: diretto, arguto, tenace, “fissato” con le regole, quelle regole che facevano di lui un Uomo di Sport Vero, Pulito.

Pietro MenneaOdiava il doping, “una triste piaga per lo sport e la nostra società” , lo combatteva con tutte le sue forze. Non si capacitava delle “scorciatoie”, lui, che aveva dedicato la sua vita allo sport con grande spirito di sacrificio. Lui che non sia arrendeva mai.

Lui che aveva una marcia in più. Avvocato, commercialista, aveva quattro lauree, più diverse specializzazioni.

Aveva appeso gli scarpini al chiodo ma li metteva ai piedi, praticamente tutti i giorni, per percorrere chilometri e chilometri e partecipare a convegni, incontri, stage.

Aiutava tutti quelli che poteva, senza tanti clamori, firmando magliette, regalando libri autografati, con una semplicità e una cordialità fuori dal comune. Quando entravi nel suo studio, a Roma, eri accolto come l’amico di sempre, anche se ti vedeva per la prima volta.

Pietro aveva un sogno.  “Caro Amico – scriveva nel 2011 – Ti scrivo per informarti che la Fondazione Pietro Mennea Onlus  si sta attivando per realizzare il progetto Biblioteca – Museo dello Sport che porterà il nome dei miei genitori.  La Fondazione dispone già di un patrimonio librario di circa centomila volumi, affinché esso non si deteriori o possa essere disperso, esiste l’urgenza di trovargli una “casa””. E la vedeva a Roma, questa casa, un luogo in cui riunire tutto il materiale sparso tra Barletta, la sua abitazione di Roma, la sede della Fondazione.

Perché, come gli piaceva dire “Ho vinto tanto da atleta, ma non si può vivere di ricordi. Ogni giorno bisogna reinventarsi, avere progetti e ambizioni. Perciò, quotidianamente, ho tante idee e sogni che voglio realizzare”.

La biblioteca era diventata la ricerca dell’ultimo record, oltre le cinque Olimpiadi disputate, oltre i 19” 72 che l’avevano consegnato, per sempre, alla Storia.

Ed è così, da sportiva, scrittrice, ma soprattutto appassionata di libri come lui, che lo voglio ricordare. Tra gli scatoloni. In attesa di veder realizzato il suo ultimo, meraviglioso, generosissimo record: regalare Cultura.

 

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