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Pirlo come Lampard e Solskjaer, quando il club sceglie un’identità

Andrea Agnelli non ha nemmeno aspettato che Florentino Perez “gli liberasse” Zidane. Si sentiva schiacciato e insieme esaltato da un’emergenza che aveva tutto il sapore dell’occasione unica. In quell’imminenza, altri cinque minuti senza allenatore sarebbero parsi un’eternità. E allora ecco Pirlo. Agnelli non ha scelto un tecnico: piuttosto un’identità. Questo sembra chiaro. Decisione saggia, benché rapidissima. Pirlo è un pezzo di passato che si traveste da futuro. E’ la storia del club unita a una, per ora soltanto presunta, competenza di assemblatore, di comunicatore di valori, di stratega. Varrà tutto ciò che si dice, ma ovviamente deve ancora dimostrarlo. Pirlo (41) ha quasi quattro anni in meno del suo presidente (45 a dicembre). Attenzione: è importante. Le generazioni si avvicinano, quella dell’imprenditore e quella della stella in panchina, chiamata a brillare con lo stesso vigore ma seguendo altri percorsi, rispetto a quando giocava.

Anche nell’aspetto dei suoi protagonisti, il calcio è radicalmente cambiato. A 45 anni il focoso Oronzo Pugliese sbarcava a Roma, per il suo cambio di marcia professionale. Ma sembrava il nonno, vagamente isterico, di Guardiola, che adesso ne ha 49. Già. Sarri era anche un’anomalia culturale ed estetica. Con quella sua barba incolta e quel suo rifiuto ideologico per il “look”, e con quel filtro ciancicato sino al disgusto, simboleggiava l’antitesi del decoro che possiamo immaginare sia richiesto, senza richiederlo ufficialmente, nelle stanze juventine. Un po’ come Benitez, che venne rigettato dal Real Madrid non soltanto per i suoi scarsi (ma non scarsissimi) risultati, ma anche per la “pancia” che mal s’adattava alle sfide moderne con i magri alla Luis Enrique, che allenava il Barcellona allenandosi per conto suo come un “ironman”. Pirlo ha un nemico: certe statistiche. Raramente i grandi calciatori sono anche diventati grandi allenatori. Una carriera luminosa non serve sempre. A volte giunge persino ad intralciare. Basti dire che soltanto tre vincitori di Pallone d’Oro hanno anche vinto o Champions League o Mondiale da allenatori: Beckenbauer, Cruijff e Zidane.

Pirlo non è nemmeno un “resident coach” promosso, non è come Guardiola che è venuto dalla Masia, dalle accademie del Barcellona. Pirlo è solo la star del campo che si spera possa ripetersi in panchina. In pratica quello che potrebbe succedere, sempre si spera, anche a De Rossi. Carriere lampo per vittorie lampo e non chiusure lampo. Pirlo non ha le esperienze che hanno avuto altri simboli delle squadre promossi tecnici, come Arteta all’Arsenal, Lampard al Chelsea e Solskjaer al Manchester United. Tutti questi signori, con alterne fortune, avevano un background di tecnici che Pirlo non ha. Arteta è stato per quasi quattro anni il vice di Guardiola al City. Lampard ha allenato il Derby County, Solskjaer ha allenato il Molde. Quindi Pirlo è un’incognita più corposa. Sarà comunque la fluidità del passaggio (metaforicamente parlando) a dare presto una risposta convincente. Pirlo dovrà insieme ricostruire ed ereditare, verbi che più o meno corrispondono ad attaccare e difendere in campo. Non tutti i grandi calciatori si sono rivelati all’altezza di ricoprire ruoli di comando fuori dal campo. Lì conta saper gestire il gruppo, che non s’insegna ma s’impara, con umiltà. Ci sono campioni che avremmo visto volentieri in panchina. Certo: Figo, Ronaldo, Totti, Roberto Carlos. Ma non è per tutti comandare una squadra con la delicatezza di un direttore d’orchestra e con le intuizioni cromatiche di un pittore. Non deve essere un caso se la maggior parte dei tecnici che hanno fatto la storia del calcio moderno (escluso Guardiola) non abbiano avuto che carriere normali o del tutto insignificanti da calciatori (Michels, Sacchi, Ferguson, Wenger, Del Bosque, Mourinho, Klopp, lo stesso Sarri). Senza offesa per Ancelotti, Gattuso, Simeone, Mancini.

Dei tanti a giocarsi il Pallone d’Oro negli ultimi 30 anni, pochissimi hanno vissuto stagioni importanti o mediamente importanti da allenatori: meno di un quinto. Dove sta il vero? In entrambe le soluzioni. Dipende dalle circostanze, dall’alterna fortuna, dal caso. Dei pochi che potremmo dire “questi diventeranno grandi allenatori!”, citiamo, oltre De Rossi, Xabi Alonso, che ha già fatto capire di che pasta sia fatto nell’academy del Real Madrid, stesso percorso di formazione di Guardiola, Zidane e Luis Enrique. Non Iniesta, che penserà alle sue vigne. Forse Xavi. E in Olanda sognano qualcosa che molti dicono già realtà: Robin Van Persie. Pirlo è avvertito: deve smentire la leggenda…

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