Le loro imprese non sono state solo quelle sui ring, sulle piste di atletica e nei campi di calcio. Il loro impegno a favore dei diritti umani, contro le dittature restano ancora oggi un grande insegnamento. Campioni anche fuori dallo sport

Hanno sferrato i colpi del k.o. all’interno del ring. Hanno gonfiato le reti delle porte sui campi di calcio con gol spettacolari. Hanno conseguito record sulle piste di atletica. Sono riuscite ad entrare allo stadio: alla faccia di Maometto. Parliamo di campioni e campionesse che ci hanno fatto esultare per le loro imprese sportive. Sono stati campioni e campionesse anche fuori dal ring, dal rettangolo verde di gioco o dalle piste da percorrere a piedi per battere record. Le loro lotte sono state epiche e hanno spesso sensibilizzato i popoli oltre che le ottuse istituzioni. Ma chi sono questi eroi dello sport che si sono battuti per i diritti umani? Per la democrazia e per libere elezioni nei Paesi d’appartenenza? A riproporceli è “Fuorigioco” inserto della Gazzetta dello Sport. 

Partiamo da quello che nel suo sport venne definito “Il più grande”. Cassius Clay, poi Ali. “L’uomo che prese a schiaffi l’America” disse Vittorio Zucconi. Nel 1967 lo chiamarono per combattere in Vietnam, ma lui rispose: “Non ho nulla contro i Vietcong, loro mai mi hanno chiamato negro”. Finì in prigione e per quattro anni non potè combattere, ma tornerà più forte di prima. Passiamo alle Olimpiadi di Messico ’68. I pugni chiusi con il guanto nero durante la premiazione dei velocisti Carlos e Smith sono il simbolo della protesta. Contro il razzismo, le ingiustizie e le ipocrisie di un mondo che non vuole cambiare. 

Io non le stringo la mano. E fu così che Carlos Caszley (di origini ungheresi) non strinse la mano al dittatore Augusto Pinochet che aveva ricevuto a palazzo la nazionale cilena nel 1974 mentre si accingeva a partecipare ai mondiali di calcio di Germania. Caszley era amico di Salvador Allende, l’ex presidente morto durante l’assalto del palazzo della Moneda. Sempre nel calcio non va dimenticata la “Democrazia del dottore”. In un Brasile piegato dall’analfabetismo, povertà e da una dittatura militare il dottor Socrates, attaccante di classe raffinatissima decise di svegliare un’intera nazione.  Nacque così la “Democrazia Corinthiana”  con tanto di scritta sulle maglie. Per tre anni i giocatori del Corinthias rifiutarono ogni forma di autorità, si autogestirono per far capire al Brasile che si poteva cambiare. La battaglia del dottore era per portare nel Paese libere elezioni. 

Emil sognava il socialismo dal volto umano. E mise la firma sul “Manifesto di 200 parole” scritto contro l’invasione sovietica di Praga mezzo secolo fa, in favore di una transizione democratica. Emil Zapotek, maratoneta e mezzofondista, che tante medaglie porterà in patria, finirà a lavorare in miniera. Anche con un gol si puo’ dire “Basta con le guerre”. E Didier Drogba attaccante di tecnica e potenza dopo aver segnato il suo più bel gol farà un appello al suo Paese, la Costa d’Avorio: “deponete le armi”. 

E le donne? Non mancano all’appello. Billie Jean King portò avanti una battaglia affichè le donne nel tennis potessero guadagnare come i maschi. E ci riuscì. Nel 1973, nella memorabile “Battaglia dei sessi”, sconfisse Bobby Riggs, già trionfatore a Wimbledon. Ma ci sono anche donne che sono riuscite ad entrare allo stadio sfidando “Maometto”. Le partite di calcio sono vietate al gentil sesso in Iran. Ma un gruppo di ragazze nella scorsa primavera si sono truccate da uomini, con baffi finti e parrucche e sono entrate. Una volta sedute si sono scattate dei selfie. Tanti saluti Allah!

Donne iraniane allo stadio (Corriere.it)

 

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