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Storia del giocatore della Nba che Erdogan vuole mettere a tacere

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“Questo non è un gioco”. Così si conclude la lettera che Enes Kanter, giocatore professionista nella NBA, ha affidato al Washington Post e dove racconta gli ultimi difficilissimi anni della sua vita. Su di lui, infatti, impone la feroce scure del governo turco di Recep Tayyip Erdogan che, secondo quanto riporta l’agenzia turca Anadolu, starebbe cercando di riportarlo in patria con la forza, affidando all’Interpol una richiesta di estradizione internazionale.

L’accusa sarebbe quella di aver fatto parte dell’organizzazione che ha portato al fallito colpo di stato del 2016 e di essere molto vicino, troppo vicino, al principale avversario del governo di Ankara: Fethullah Gülen.

A dir la verità, Kanter, classe 1992, non è nato in Turchia. In quell’anno suo padre si stava laureando in medicina in Svizzera, a Zurigo. Oggi è professore all’Università di Edirne, in Tracia, nella parte orientale del Paese. Eden, quindi, è cresciuto in patria,  letteralmente “cresciuto”. Fino ai 2 metri e undici di oggi. Il suo è un fisico imponente e dinamico, fatto per battagliare sotto i canestri. Ed è quella la strada che decide di intraprendere. Prima al Fenerbache di Istanbul poi, rifiutando diverse offerte da squadre europee di prima fascia, decidendo di volare dall’altra parte dell’oceano.

È il 2009. Kanter è ancora così giovane da poter giocare nella NCAA, il campionato universitario americano. Ma ha guadagnato troppo quando stava in Turchia, le regole glielo proibiscono. Nel 2011 arriva il draft NBA e il lungo turco viene scelto come terza scelta assoluta, davanti a giocatori come Kawhi Leonard e Jimmy Butler che oggi fanno la differenza. Ma di nuovo deve attendere. È l’anno del lockout, il blocco del campionato per il mancato accordo sul contratto collettivo tra giocatori e Lega. Il debutto arriva così a dicembre.

L’ambientazione è lunga e difficoltosa. I primi due anni sono pieni di alti, pochi, e bassi, tanti. Al terzo anno però qualcosa cambia: i numeri migliorano, la confidenza con il campo aumenta, l’interesse per lui si fa più stretto. Dopo quattro anni cambia franchigia e si accomoda a Oklahoma City dove le prospettive sono diverse. In squadra con lui ci sono Kevin Durant e Russell Westbrook. I Thunder sono forti ma non vincono. Mai. Dopo l’addio di Durant le possibilità si assottigliano ancor di più e dopo tre anni per Kanter è tempo di rifare le valigie. Approda ai Knicks, a New York, dove è ancora sotto contratto. Almeno fino a oggi.

Il politicamente scorretto, secondo Enes Kanter

Il centro turco non è mai stato timido. Ha sempre usato i social, soprattutto Twitter, per trovare un posto al centro del dibattito pubblico, sia sportivo che politico. Come quando pubblicò un fotomontaggio del commissioner NBA, Adam Silver, con la maglia dei Golden State Warriors o come quando decise di sfidare LeBron James, prima sul campo, e poi sempre su Twitter.

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Da quando ha messo piede sul suolo americano, Kanter non ha mai nascosto di essere un sostenitore del Movimento Hizmet di Fethullah Gülen. Lo ha fatto pubblicamente, sui suoi profili in rete, e rilasciando molte interviste sull’argomento.

Questa scelta politica non è stata senza conseguenze. A livello personale, ad esempio, Kanter ha perduto la sua famiglia che ha deciso di dissociarsi dalle sue azioni. Un allontanamento forzato, annunciato pubblicamente in una lettera in cui lo sportivo ribadì quanto alcuni sacrifici fossero oltremodo dolorosi ma necessari: “Oggi ho perso mia madre, mio padre, i miei fratelli e sorelle, la mia famiglia e tutti i miei parenti. Mio padre mi ha chiesto di cambiare il mio cognome. Mia madre, che mi ha dato la vita, mi ha rinnegato. I miei fratelli e sorelle con cui sono cresciuto mi ignorano. I miei parenti non vogliono vedermi più”. Subito dopo, però, il nuovo giuramento di fedeltà: “Darei anche la vita per questa causa”. Negli ultimi giorni ha citato più volte Colin Kaepernick e la sua battaglia contro Trump: “Credi in qualcosa, anche se significa sacrificare tutto”. Famiglia compresa.

Anche il governo turco si è mosso indicando Kanter. Prima come persona non gradita e poi condannandolo, dopo un processo in contumacia, a quattro anni di reclusione per le sue frasi e invettive contro il governo e le istituzioni. Oggi, la situazione è precipitata ancora e Kanter viene considerato, ne più ne meno, come un pericoloso terrorista da individuare, arrestare e condurre a casa.

Il passaporto ritirato e il ritorno negli USA

È stato lo stesso Kanter a raccontare l’episodio in cui ha capito che il suo passaporto era diventato carta straccia. “Il 20 maggio 2017 è stato uno dei giorni più spaventosi della mia vita. Il giorno in cui ho capito che Erdogan mi stava davvero dando la caccia”. Il centro dei Knicks si trovava in Indonesia per partecipare a un evento di pallacanestro per beneficienza dedicato ai bambini. “Sono stato svegliato nel bel mezzo della notte dal mio manager che bussava alla porta. La polizia indonesiana mi stava cercando perché il governo turco aveva detto che ero pericoloso. Ci siamo precipitati all’aeroporto e siamo saliti sul primo volo per uscire dal Paese”. Prima tappa, brevissima, Singapore. Seconda tappa, la più rischiosa, Romania.

“La polizia, all’aeroporto di Bucarest, disse che non potevo entrare”. Passaporto revocato. “La mia preoccupazione era dettata dal rischio di essere rimandato in Turchia e dal fatto che dovevo rientrare negli Stati Uniti non avendo più i documenti in regola”. L’aiuto politico arriva da alcuni senatori dello stato dell’Oklahoma che lo aiutano a varcare nuovamente i confini del Paese: “Sono stato fortunato. Dirigenti e imprenditori, educatori e altri operatori turchi in tutto il mondo sono stati rapiti o detenuti, e poi deportati in Turchia dalle decisioni di governi desiderosi di rimanere nelle grazie di Erdogan”.

Il viaggio a Londra mancato

Giovedì 17 gennaio, a Londra, si giocherà la sfida tra Washington Wizards e New York Knicks, la squadra di Kanter. Da diversi anni, infatti, la NBA fa giocare alcune sue squadre, in partite valide per il torneo, fuori dai propri confini. Lo chiamano marketing. Il giocatore turco, però, non è partito con i compagni rimanendo, al sicuro, sul suolo americano: “Giovedì non potrò fare il mio lavoro. Non ho ancora la cittadinanza americana o il passaporto statunitense, che potrebbe offrirmi protezione, quindi non posso rischiare di viaggiare”.

Il rischio sarebbe troppo grosso: “In Gran Bretagna potrei facilmente essere rapito o ucciso da agenti turchi. Le braccia di Erdogan sono lunghe”. Kanter ha poi citato le epurazioni fatte dal governo e le angherie subite, in tutto il mondo, da chi si schiera apertamente contro le sue scelte, oltre alle minacce di morte che continua a ricevere personalmente: “Chiunque parli contro di lui è un bersaglio. Sono decisamente un bersaglio. Erdogan mi vuole far tornare in Turchia dove può, finalmente, farmi tacere”. A leggere quello che sta succedendo, insomma, c’è solo una certezza: tutto questo non è più un gioco. 

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