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Storia di Ilicic, la ‘nonna’ che ha dribblato il destino per far volare l’Atalanta 

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Massimiliano Ferraro / NurPhoto

Josip Iličić (Atalanta BC) 

Ma quanto particolare è Josip Ilicic, il protagonista del 4-1 dell’Atalanta contro il Bologna? Intanto, è alto 1.90 e pesa 80 chili, ma non è un difensore centrale e nemmeno un centravanti di peso. Sembra indolente, ma in realtà è per via dell’andatura ciondolante di molte persone alte che deve anche dribblare il terreno minato dei difensori. E’ un trequartista che ogni estate entra nel mirino di una big, ma poi a fine mercato resta a Bergamo. Come dice coach Gasperini: “Mica è un fenomeno. Non lo vuole nessuno, anche perché non è sempre così. Rimarrà a lungo all’Atalanta”.

I compagni lo chiamano “la nonna”, perché, a parole, per quell’aspetto non propriamente esuberante, è sempre distrutto. “Ormai non gli rivolgo più il classico: “Come stai?”. So che mi risponderebbe in maniere negativa”, puntualizza ancora l’allenatore della dea (per chi non lo sapesse, Atalanta era una ninfa cacciatrice e velocissima, da cui lo stemma della società con una testa coi capelli al vento).

Breve storia di Josip Ilicic

E’ nato in Bosnia ed Erzegovina e, da profugo di guerra, ha il passaporto croato. E’ mancino naturale, è un centrocampista dai piedi dolci, ma si esalta dalla posizione di ala destra, così da poter rientrare al centro e tirare o crossare. E, anomalo com’è, nello show personale del posticipo di A, ha segnato con diagonale di destro.

E’ arrivato in Italia, a Palermo, il giorno dopo essere stato eliminato dai siciliani in Europa League col suo Maribor. Dal 2013 è passato alla Fiorentina, dal 2017 gioca nell’Atalanta. Anzi, è la scintilla, l’improvvisazione, il genio, il jolly dell’organizzatissimo sistema creato da Gasperini, con tutto quel frenetico via vai sulle fasce e quello scalare di posizioni, che esalta gli inserimenti anche dei centrali difensivi. Infatti, l’Atalanta vola soprattutto quando brilla la sua luce.

Lo sanno bene i tifosi che temevano il peggio quando l’attacco influenzale di luglio s’è rivelato un’infezione batterica in bocca. Con ascesso dentale, ingrossamento dei linfonodi, ricovero in ospedale, e dieci giorni di buio, ad agosto, al Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Che vuole dire: le prime tre giornate fuori squadra, tante preoccupazioni, tanti dubbi, tanti punti interrogativi sul rientro che si accavallano e quindi, tanti piccoli passettini avanti e qualche spezzone di partita. Fino alla prima da titolare il 21 ottobre contro il Chievo, siglata da una tripletta in 60 minuti che ha lanciato il poker di successi consecutivi e quindi la svolta stagionale della squadra. Sugellata da un altro tris di gol, il 29 dicembre, contro il Sassuolo, pur essendo entrato in campo solo al 63° minuto. “Sarebbe stata la terza partita da titolare in una settimana, lui, fisicamente è irregolare, e so che quando entra dalla panchina è determinante”, ha spiegato sempre coach Gasperini. 

I gol segnati in stagione, e la paura, superata, di “non svegliarsi più”

In questa stagione, solo Aguero e Messi hanno segnato due triplette come Ilicic. Che poi ci ha aggiunto un gol contro Spal, Fiorentina e Chievo, e due contro il Bologna questa settimana, arrivando a quota 11 in 24 partite, esattamente in 1621 minuti, che gli vale il decimo posto nella classifica dei marcatori.

Primo dei centrocampisti, col secondo, Defrel della Samp, appena 19° (con 89 realizzazioni). Josip è anche al quarto posto nella graduatoria degli assist, con 7 passaggi decisivi ai compagni, tre meno del Papu Gomez, della stessa Atalanta. Che sorride con più primati. Quello dei gol in serie A: 64, alla media di 2.13 a partita, meglio della dominatrice della stagione, Juventus, con 62. Quello degli assist, 48, dieci più del Napoli, a 38. E quello dei gol di testa, 13, uno più di Cagliari e Juventus. 

Lui, Ilicic, con quella faccia un po’ così, che alterna pause snervanti a guizzi imprevedibili a bizze disciplinari (espulso, contro l’Empoli, ha ingiuriato l’arbitro e così si è beccato due giornate di squalifica) si sente più forte che mai, a 31 anni. Potenza dei miracolati:

“La cosa più importante è che sto bene, è stato un episodio molto brutto e grave. Ma sono uscito vincitore. Ci sono stati tanti momenti in cui ho pensato di non farcela, perché questa cosa non passava mai. Anzi, più passava il tempo e più peggioravo. A un certo punto ho pensato solo a salvarmi e non al lavoro. Per fortuna sono ancora qua e posso giocare a calcio”.

Della serie, la prima cosa è la salute: “Avevo paura anche di andare a dormire. Pensavo di non svegliarmi più la mattina e di non rivedere la mia famiglia. Sono le cose più brutte che capitano nella vita. È stato duro riprendersi, parti da sotto zero e bisogna riabituarsi a muoversi e a correre, come se fossi un bambino. Ero sempre molto stanco… “.

 Lui, “la nonna”, il talento intermittente dal fisico che inganna, quello che fa tutto un po’ al contrario. A cominciare dalla maglia, numero 72. Perché? “Perché, quand’ero al Palermo, Pastore si rifiutò di cedermi la mia amata 27. Così ho invertito i numeri”. Oltre al corso del destino che tentava di sgambettarlo.

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