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Torino, il Coni assediato da spacciatori e abusivi nell’ex villaggio olimpico

Le federazioni sportive regionali convivono con gli episodi di criminalità. Il presidente Porqueddu: “Se le istituzioni non intervengono seriamente per cambiare le cose, saremo costretti ad andarcene da qui”

TORINO – C’è un ostello, in mezzo alle palazzine dell’ex villaggio olimpico di Torino, che pare molto apprezzato dai turisti francesi. Prenotano le stanze online, guardando le belle immagini della struttura e partono fiduciosi. Quando scendo dall’auto, però, cambiano espressione. Perché quell’ostello si trova nel mezzo di un quartiere dimenticato dalle istituzioni, rifugio per spacciatori e dormitorio (nelle cantine) per gli irregolari. Siamo in zona ex Moi, dove qualche settimana fa uno sgombero della polizia ha cercato di normalizzare la situazione. E dove l’altro giorno la stessa polizia ha annunciato il sequestro di 21 chili di marijuana e tre arrestiin un appartamento.

In questo scenario trovano residenza, in due palazzine, le federazioni sportive piemontesi. Quasi tutte con le loro sedi, a parte calcio, pallavolo, ciclismo e bocce. Lo sport in mezzo al degrado. Ecco la considerazione che si ha in Italia per chi si occupa di promuovere l’attività fisica e la cultura sportiva.

Il presidente del Coni regionale, Gianfranco Porqueddu, non ne può più: “Se le istituzioni non intervengono seriamente per cambiare le cose, saremo costretti ad andarcene da qui”. Più che un ultimatum è una richiesta d’aiuto. Inascoltato fin qui da Comune e Prefettura, Porqueddu ha telefonato anche al presidente nazionale Giovanni Malagò: “Ho chiesto a lui di intervenire. Attendiamo la sua visita a breve”.

Perché l’emergenza sicurezza è un dato di fatto. Tanto per cominciare, nel luogo delle federazioni sportive c’è un giardino comune che è teatro quotidiano del commercio di stupefacenti. “Vediamo dalle nostre finestre – spiega il  presidente -, la processione di molti giovani nell’orario di uscita dalle vicine scuole e le trattative che seguono”. Dichiarazione resa poco prima del blitz della polizia. E non solo. “È un continuo viavai di irregolari con valigie, che si fermano a dormire per una notte nei locali sotterranei e poi lasciano il posto ad altri. Un business illegale”. Nei garage di quelle palazzine, i dipendenti del Coni avrebbero avuto diritto a 40 posti auto. Avrebbero. “Non li abbiamo mai potuti utilizzare”, aggiunge Porqueddu. Per sentirsi più al sicuro i dirigenti sportivi hanno blindato i portoni d’ingresso, compromettendo l’utilizzo delle uscite di emergenza.

Un intervento che si è reso necessario dopo la notte dell’Immacolata di tre anni fa. “Tornammo al lavoro e trovammo un ragazzo eritreo che dormiva vicino alle scale” dice Porqueddu. Poi scoprirono che tutte le porte erano state abbattute a colpi di estintore, con parte delle pareti (in cartongesso) sgretolate. “Furono necessarie spese di ripristino per 20 mila euro”.

Da un lato, per le federazioni, disporre di uffici e luoghi per le riunioni è comodissimo. Dall’altro è sempre più complicato. Il Coni organizza corsi di formazione all’interno del Blocco C, gli edifici adiacenti adibiti ad aule riunioni (da dove è già sparito tutto il rame). Ma Porqueddu racconta che proprio lì davanti, una sera di qualche settimana fa, un corsista è stato aggredito e derubato di portafoglio e telefono. E così c’è il coprifuoco: l’orario di lavoro non può andare oltre le ore 16.30 in inverno perché il buio porta pericoli ai dipendenti in uscita a quell’ora.

Porqueddu sogna una cittadella dello sport efficiente e dignitosa: “Serve un progetto, bisogna mettere la struttura a reddito. Alle riunioni della circoscrizione non ci hanno neanche invitato, quando sarebbe utile ascoltare il nostro parere e non quello di chi non ha niente a che fare con la vita sociale di questa zona. Ci vorrebbe un’unità di crisi, anche per fermare gli sprechi. E un tavolo aperto con cui trovare le soluzioni attraverso il confronto. Sapete che abbiamo un arretrato con Smat di un milione e mezzo di euro per utilizzo dell’acqua di notte? Ma non siamo certo noi… Bisogna trasferire queste persone in un’altra sede, magari in una delle tante caserme abbandonate. E rilanciare questa struttura. Non è impossibile”. 

 

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