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Un altro caso di doping nel bridge

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Un positivo all’antidoping, a carte. Che, come tutti sappiamo, da gioco, può diventare uno sport a tutti gli effetti. Per noi comuni mortali, se diventa una maratona, per qualche soldino in palio, abitudine o patologia. Per un professionista, come il 49enne norvegese Geir Helgemo, numero uno del mondo di bridge, che è stato sospeso per un anno dalla Federazione mondiale (WBF) perché positivo al test del settembre 2018 ad Orlando, in Florida per aver assunto anabolizzanti, cioè testosterone sintetico, e clomifene, che viene somministrato all’inizio del ciclo mestruale.

Molti si stupiranno ma, sinceramente, a chi non è mai capitato di tenersi sveglio con un overdose di caffè prima e durante una lunga notte di poker? Qualcun altro avrà cercato aiutini farmacologici meno naif. Comunque sia, chi gioca a carte sul serio ha l’evidente necessità di garantirsi un impegno psichico elevato, restando lucido, sveglio e attento.

Ancor di più se la posta aumenta, per una gara vera e propria, e quindi una competizione contro avversari bravi, allenati, agonisticamente cattivi. Da cui, il passaggio all’utilizzo di stimolanti che aumentino il ritmo cardiaco e quindi, insieme, di betabloccanti che invece lo riducano. Cioè i dopanti classici di tutti gli sport che, più del fattore puramente atletico, sollecitano, esaltano, costringono, pretendono soprattutto l’attenzione per periodi di tempo prolungati. Come appunto il bridge.

Geir Helgemo (Wikipedia/Commons)

La nuova frontiera dell’antidoping alle carte è però questa positività di Orlando, non già a sostanze vietate per tenere la concentrazione, quanto agli steroidi anabolizzanti, cioè ai derivati sintetici del testosterone, il più noto degli ormoni sessuali maschili. Un’entità che, nella preistoria del doping, era materia per cultori di body building e quindi per sollevatori di peso, protagonisti degli sport da contatto (lotta), lanciatori dell’atletica leggera, e atleti di sport di gare lunghe e particolarmente faticose, dal ciclo, allo sci nordico.

Anche se poi si è allargato a quelli che abbinano forza e resistenza, dai velocisti dell’atletica al calcio, dal rugby al tennis, al golf. Per non parlare del terreno minato delle leghe pro statunitensi, e quindi baseball,  football e basket.

Gli anabolizzanti aumentano la densità ossea e il contenuto di ferro, potenziano le masse muscolari ed agevolano allenamenti e recuperi da infortuni, anche se, per una serie di effetti, danneggiano anche il cuore e creano altri problemi fisici a lungo termine di ancora imprecisata entità. Per mascherarne l’assunzione, si utilizzano prodotti diuretici. Anche se tutti quelli che lo fanno giurano che non esistono correlazioni fra i due farmaci, e – fino a condanna definitiva – meritano la presunzione di buona fede, e di ignoranza della famigerata lista WADA (l’organizzazione antidoping mondiale).

Gli effetti degli anabolizzanti

Come Roberto Rivera che il 22 giugno 2013 fu fermato dalla Federbridge italiana per aver assunto Idroclorotiaziade e Cloroitiazide ai tricolori a squadre miste a Salsomaggiore, e rappresenta il primo caso acclarato di positività all’antidoping nel bridge nazionale. Curioso, i laboratori antidoping avevano ritrovato la medesima sostanza anche nell’organismo degli sprinter della velocità Usa, Asafa Powell e Tyson Gay. Cioè un farmaco che controlla la pressione sanguigna, aumenta il volume delle urine e diminuisce la concentrazione di altre sostanze assunte, come appunto gli steroidi anabolizzanti. Difficili quindi da rinvenire nell’organismo.

Ma, attenzione, gli anabolizzanti non aumentano solo la massa muscolare, amplificano anche tutte le capacità, compresa l’ aggressività – che può diventare incontrollata – , allontanando la stanchezza e la caduta di concentrazione. Pericoli immensi in uno sport come il bridge, con orari e smazzate folli, anche ottanta (!): dalle 8 del mattino alle 20, e poi ancora dalle 21 alla mezzanotte.

A luglio, due grandi campioni italiani, Claudio Nunes e Fulvio Fantoni, hanno avuto giustizia dal CAS (il tribunale d’appello degli sportivi) ottenendo dalla Federbridge la revoca della sospensione di tre anni dall’accusa di “cheating”, imbroglio, cioè di aver usato un sistema di segnali, il doping più pericoloso del gioco – pardòn, sport – delle carte. Finché non è arrivato il doping, quello vero.

Anche se Geir Helgemo dimostrerà sicuramente che è la vittima innocente di un errore: senza saperlo, ha ingerito un integratore che conteneva sostanze vietate. E spiegherà che le tracce del Clomifene nel suo organismo, farmaco che le donne utilizzano quando cercano di avere un figlio, è come la cocaina al bacio del tennista Richard Gasquet. Figlia dell’amore.

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