Ultimi nell’e-government, al 25esimo posto in Europa per la competitività del nostro sistema digitale. Il quadro che emerge dallo studio “Digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e competitività del sistema Italia”, realizzato da Uil ed Eures traccia un quadro drammatico di arretratezza del nostro Paese all’interno dei 28 Stati dell’Unione Europea. Anche il plafond finanziario per l’ICT nella Pubblica Amministrazione mostra un quadro desolante: nel periodo 2013-2017, a fronte di una spesa media annua di 5,5 miliardi di euro, i settori più penalizzati sono l’Istruzione (con solo 354 milioni di euro) e la Sanità (1,2 miliardi di euro). La disaggregazione per tipologia di ente conferma come quasi la metà del volume di spesa complessivo sia stato generato dalle Amministrazioni Centrali (in media 2,6 miliardi di euro annui in termini assoluti), all’interno delle quali sono soprattutto i ministeri e gli enti di previdenza a registrare gli importi medi più rilevanti.

E-government, Italia è agli ultimi posti in Europa

A seguire, la spesa degli enti territoriali incide per circa il 25% del totale (1,4 miliardi di euro annui): circa metà è assorbita dalle Regioni e dalle Province Autonome, per un ammontare pari a 665 milioni di euro annui, all’interno delle quali non è compresa la spesa sostenuta dai sistemi sanitari regionali, contabilizzata invece all’interno del comparto sanitario, che assorbe il 21,3% del volume di spesa complessivo (1,2 miliardi di euro annui): si tratta, come conferma il Rapporto sul Digitale in Italia realizzato da Confindustria e Anitec-Assinform, di una spesa che, in termini “relativi” (1,1% del totale delle risorse sanitarie), resta molto distante dalla media UE (2,3%) e, soprattutto, dalle performance dei più avanzati Paesi del Nord Europa (che arrivano al 4%).
C’è di più: dei 5,5 miliardi di euro annui, solo il 34 % ha riguardato “investimenti”, cioè sviluppo e implementazione dei servizi; tutto il resto, ben il 66%, è destinato solo alle cosiddette “spese correnti”, al mantenimento quindi di quanto già esistente e al suo (scarso) funzionamento.

 
Il termine “scarso” è suffragato dallo studio Uil-Eures. Spieghiamo perché: secondo l’Indice Sintetico di Digitalizzazione dell’Economia e della Società (Indice “DESI”) realizzato dalla Commissione Europea (attraverso 5 assi tematici quali la “connettività”, il “capitale umano”, “l’uso di internet da parte dei cittadini”, “l’integrazione e lo sviluppo delle tecnologie digitali in ambito aziendale” e “la digitalizzazione dei servizi pubblici”) nell’ultimo anno il nostro Paese si colloca 25esimo nella graduatoria europea, con un valore dell’indice pari a 43,6/100 (52,6 la media UE28), regredendo peraltro di 2 posizioni rispetto al 2019. Tali criticità sono risultate particolarmente evidenti a seguito della recente emergenza coronavirus, che ha fatto emergere, ad esempio, la necessità di ripensare l’intera gestione del sistema sanitario attraverso interventi e programmi di rilancio che passano anche da una maggiore digitalizzazione dei servizi.

E-government, Italia è agli ultimi posti in Europa

Facendo riferimento esclusivamente al livello di digitalizzazione della PA, l’Italia raggiunge la diciannovesima posizione (con un punteggio pari a 67,5/100 a fronte di 72 della media UE 28). La prima posizione in questa classifica è occupata dall’Estonia (con un indice pari a 89,3), che ha trasformato il proprio ritardo tecnologico in una grande opportunità di cambiamento. Rispetto al 2019 il nostro Paese presenta una posizione stabile in graduatoria ma un incremento del valore dell’indice, (+5,6 punti rispetto al 61,9 nel 2019), riducendo al tempo stesso il gap con la performance media dei Paesi UE28 (da 5,1 a 4,5 punti).
 
Qual è il punto critico italiano? Sono le variabili “di processo” che evidenziano come la principale difficoltà nella “transizione” al digitale del nostro Paese sia quella del “completamento del ciclo”, ovvero la mancata traduzione dell’offerta di digitalizzazione in servizi realmente fruiti da cittadini e imprese.
 
Ed ecco il nodo riguardante la Pubblica amministrazione “digitale”: relativamente all’utilizzo dei servizi di eGovernment, che rappresenta l’indicatore statisticamente più significativo tra quelli considerati (incidendo in misura maggiore sulla determinazione dell’indice sintetico), l’Italia è ultima nella graduatoria UE28: solo il 32,3% dei cittadini (15-74 anni) utilizza infatti i sistemi telematici per interfacciarsi con la PA, a fronte del 67,3% della media UE e di un valore che sale al 94,4% per la Finlandia, al 93,1% per l’Estonia e al 91,2% per la Danimarca, che rappresentano i Paesi più virtuosi in questo ambito. Tale “ritardo” si conferma anche nell’utilizzo quotidiano di internet da parte dei cittadini, pari al 73% per l’Italia (Fonte Eurostat), a fronte di una media UE del 79%, collocando il nostro Paese al 21esimo posto (92% nei Paesi Bassi e in Danimarca, 91% in Svezia e UK e 90% in Finlandia).
 
L’Italia ottiene risultati inferiori alla media UE anche per quanto riguarda il livello di coordinamento tra le Amministrazioni pubbliche, una variabile che tuttavia risente in misura significativa del livello di regionalizzazione e di condivisione dei dati disponibili nei differenti territori: in relazione a tale indicatore il nostro Paese si colloca al 19esimo posto in Europa, con un punteggio pari a 48,3/100 contro 59,4 della media UE 28 ed un valore che a Malta raggiunge addirittura il 100%. Inferiore a quello italiano, in questo caso, il valore di Germania, Francia e Regno Unito. Ma è un dato che non può consolare molto.
 
Il perché è presto detto: neanche la metà delle amministrazioni pubbliche territoriali del nostro Paese, il 47,8%, garantisce la possibilità di gestire in digitale l’intero iter, dall’avvio alla conclusione, di almeno uno tra i 24 servizi più frequentemente erogati. “Tale risultato appare ancora più deludente – si legge nello studio – considerando che circa un’amministrazione su 6 ha dichiarato di aver avviato corsi di formazione per i dipendenti nel corso del 2018 su tematiche legate al digitale, coinvolgendo complessivamente circa 120 mila lavoratori”.
 
La disaggregazione territoriale segnala inoltre una marcata disomogeneità: nelle regioni del Nord, infatti, – secondo l’elaborazione Uil-Eures – il livello di digitalizzazione dei servizi offerti dai comuni appare nettamente superiore a quello delle regioni del Sud: la più virtuosa è il Veneto, con una percentuale pari al 70%, seguita da Lombardia (62,9%) ed Emilia (62,4%), mentre in coda alla classifica si collocano Abruzzo, Sicilia e Molise con percentuali inferiori al 30%.
 
Sono così i comuni più piccoli a presentare le maggiori criticità: tra i quasi 2 mila comuni italiani con meno di mille residenti, infatti, solo uno su tre (33,7%) ha interamente digitalizzato almeno un servizio al pubblico; tale valore sale al 40,8% nella fascia successiva (1.000-2.000 abitanti) e al 46,9% in quelli “da 2.000 a 3.000 residenti”, fino a raggiungere un valore pari all’81% nei 104 comuni che contano almeno 60 mila abitanti.
 
La scarsa informatizzazione dei servizi al pubblico si accompagna ad una ridotta digitalizzazione delle procedure interne, che garantirebbe maggiore efficienza e trasparenza: ciò nonostante, ben il 44.9% delle amministrazioni locali protocolla ancora oltre la metà della documentazione prodotta attraverso procedure di tipo “analogico” (timbri, firme e sigle); tale valore migliora leggermente tra le Regioni (35%) e, soprattutto, tra le province (17%).
 
Considerando infine le amministrazioni comunali, si conferma il forte divario Nord-Sud: le più “digitalizzate” sono infatti quelle della Provincia di Trento (dove solo il 14,8% utilizza prevalentemente procedure analogiche di protocollazione) e dell’Emilia-Romagna (28,2%); sul fronte opposto i risultati più negativi sono quelli del Molise (59,8%), della Puglia (57,9%) e del Lazio (55,2%).
 
Passando dalla osservazione degli “indicatori di processo” sopra osservati, a quelli “di disponibilità”, migliora il risultato dell’Italia nel quadro internazionale. In linea con la media europea appare, infatti, l’offerta dei servizi pubblici online, misurata attraverso la quota di “passaggi” che i cittadini possono effettuare “da remoto” per disporre dei principali atti amministrativi (certificati, ecc.): in questo caso l’Italia si colloca in 12esima posizione, con un punteggio di 92,3/100, leggermente superiore alla media UE (89,8 punti), ma distante dai Paesi più virtuosi (100% a Malta e 98,6% in Portogallo e Danimarca). Incoraggiante appare inoltre il posizionamento dell’Italia per l’offerta dei servizi per l’imprenditoria disponibili online e la quota di open data accessibili dai portali informatici delle Amministrazioni pubbliche, dove il nostro Paese si colloca rispettivamente al sesto e all’ottavo posto in Europa (con punteggi pari a 94,5/100 e 76,7/100 a fronte di 87,6 e 65,9 della media dei Paesi dell’UE 28). Da segnalare, al riguardo, il risultato dell’Estonia per il primo indicatore (100%) e quello dell’Irlanda per il secondo (90,9%).
 
Se ci collochiamo invece dalla parte del cittadino italiano che vorrebbe usufruire dei servizi digitali della Pubblica amministrazione centrale o locale, il quadro si fa preoccupante: ad oggi, le amministrazioni pubbliche che consentono l’accesso ai servizi on line attraverso il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) sono solo 4370, rispetto ad un target per il 2020 che doveva essere di almeno 10 mila. Le transazioni effettuate attraverso il sistema PagoPA sono state 70,7 milioni, contro un obiettivo previsto per quest’anno di 150 milioni di operazioni. Va un po’ meglio per il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE): le Regioni che lo hanno messo a disposizione sono 14 (ma l’obiettivo era 20, cioè la totalità), ma i cittadini che hanno attivato questo servizio sono solo il 32,9% degli assistiti dal Servizio Sanitario Nazionale. Si evidenzia, quindi, una criticità sia nell’informazione al cittadino per questa tipologia di servizio, sia per le difficoltà di utilizzo delle piattaforme.

La ridotta capacità degli italiani di interfacciarsi “da remoto” con la PA emersa dall’analisi degli indicatori “elementari”, trova una parziale spiegazione nella ridotta diffusione della cultura informatica – quando non della stessa alfabetizzazione -, che ancora contraddistingue ampi segmenti della popolazione: in base ai dati Eurostat, infatti, in Italia nel 2019 la quota di popolazione “adulta” (di età superiore ai 15 anni) che accede quotidianamente alla rete internet si attesta al 73% (79% la media UE) collocando il nostro Paese al 21esimo posto in graduatoria, insieme alla Lituania. I Paesi più “virtuosi” sono ancora una volta quelli del Nord Europa, ed in particolare i Paesi Bassi, la Danimarca (entrambi al 92%), la Svezia, il Regno Unito (entrambi al 91%) e la Finlandia (90%), mentre la Bulgaria e la Romania chiudono la classifica con percentuali rispettivamente pari al 60% e al 57%.
 

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