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Un genio senza etichette: il Leonardo di Giorgio Castelfranco

Appropriarsi del prestigio di un genio è sempre una tentazione irresistibile. Se qualche settimana fa ha suscitato scalpore la definizione “un genie français” riferita a Leonardo da un giornalista di France 2, non tutti sanno che nel Ventennio l’artista e scienziato fu ridotto dalla propaganda fascista a portentoso campione della razza italica, capostipite di una scuderia di cervelli purosangue che avrebbe portato dritto a Guglielmo Marconi.
A restituire verità storica alla figura di Leonardo fu lo studioso Giorgio Castelfranco, vittima delle Leggi Razziali e monuments man, in occasione dei 500 anni dalla nascita del maestro di Vinci. Nel 1952 Castelfranco organizzò una mostra che sembrò una rivoluzione, tanto più che a ospitarla fu il romano Palazzo Venezia, per anni quartier generale del duce.
 
Oggi la sua storia torna alla luce a Firenze, complice il nuovo cinquecentenario dell’artista e inventore. A Casa Siviero “Il Leonardo di Giorgio Castelfranco e il culto del genio nel Novecento” ripercorre le vicende critiche ed espositive del maestro nel secolo scorso, tenendo in primo piano le ricerche dello storico dell’arte veneziano.
Tra i principali protagonisti della ricostruzione culturale italiana del dopoguerra, Castelfranco condusse studi approfonditi sull’opera di Leonardo fin dagli anni Trenta, contrapponendo alla strumentalizzazione nazionalista del regime un personaggio complesso e sfaccettato, analizzato nei suoi rapporti con l’Umanesimo, nelle sue idee scientifiche, artistiche e filosofiche.
 
Alla faraonica mostra che nel 1939 aveva trasformato le conquiste del genio rinascimentale in roboante propaganda – “chi ha visto lo show di Leonardo a Milano urla di derisione e disgusto”, scrisse allora il grande Bernard Berenson – lo studioso rispose con un progetto altrettanto ambizioso, ma decisamente più sobrio e scientifico, diventato nel tempo una pietra miliare della cultura espositiva. Una mostra dal taglio didattico e divulgativo, in elegante dialogo con le architetture della Sala Regia di Palazzo Venezia: tra vetrine luminose e 48 pannelli tematici, il cosmo leonardiano prendeva forma in tutta la sua ricchezza attraverso testi, citazioni, particolari di dipinti, disegni e fotografie. Dopo il debutto a Roma l’esposizione partì per un tour senza precedenti lungo la penisola.
 
Al Museo Casa Siviero preziose foto d’epoca, lettere e documenti raccontano l’imponente lavoro di ricerca condotto da Giorgio Castelfranco prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale, culminato nella pubblicazione del volume Studi Vinciani del 1966. Imperdibile il confronto dei materiali sulla mostra romana con immagini e testi tratti dall’esposizione fascista del ’39 o da riviste di regime come La Difesa della Razza. Qui scopriamo con sorpresa un Leonardo etichettato come primo “pittore razzista” della storia per aver ritratto gli Apostoli dell’Ultima Cena con “caratteristiche somatiche e psichiche che portano il segno sicuro e indelebile della natura umana ebraica”.
E che dire della polemica contro “l’europeismo” del genio di Vinci, che dalle stesse pagine accusava la critica di aver arruolato un artista “italiano di razza, formatosi nel maggior fiore della civiltà italiana” in un a dir poco sospetto “fronte comune, il quale, al di sopra delle nazioni, lottava per la luce contro l’oscurità, per la scienza contro la fede, per la libertà contro l’ordine tradizionale degli stati”?
 
Insomma, nel 2019 i motivi per riscoprire Giorgio Castelfranco e la sua opera non mancano di certo. Quanto meno, alla fine della visita, apparirà più chiaro a tutti il significato dell’espressione “genio universale”.
 
Curata dalla storica dell’arte Alessia Cecconi di Fondazione CDSE in collaborazione con Harvard University Center for Italian Renaissance Studies e Villa I Tatti, che di Castelfranco conserva l’archivio, la mostra sarà visitabile al Museo Casa Siviero fino al prossimo 29 settembre.
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