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Visible Invisible. Liu Bolin si racconta al Mudec

Liu Bolin sulla terrazza del Duomo di Milano. Courtesy MUDEC

Milano – Ogni luogo, ogni oggetto ha un’anima in cui nascondersi e svanire per diventare cosa tra le cose. È la filosofia di Liu Bolin, l’artista cinese che negli ultimi anni ha conquistato le platee occidentali con le sue pratiche al confine tra performance, fotografia e body painting.
Dalle macerie del suo studio di Pechino, forzosamente raso al suolo per far posto a nuove costruzioni, alle bellezze di Venezia e Pompei, abbiamo visto il suo corpo mimetizzarsi perfettamente sullo sfondo, fino a rendersi invisibile.
Ma che cosa c’è dietro gli scatti esposti in una mostra? Ce lo svela Liu Bolin. Visible Invisible, il nuovo progetto del MUDEC costruito dall’artista in dialogo con gli spazi del museo milanese.
 
Per la sua seconda esposizione fotografica – dopo Steve McCurry Animals del 2018 – il Museo delle Culture ha chiesto a Liu Bolin di raccontare la propria arte in prima persona. Il primo risultato è una performance messa in atto dall’artista tra i pezzi più significativi della collezione permanente.
Oltre le fotografie finali destinate a fissarne l’essenza, dal 15 maggio al 15 settembre i visitatori potranno osservare direttamente gli abiti mimetici creati da Bolin e seguire passo dopo passo la genesi dell’opera attraverso video documentali: dallo studio all’installazione, dalla pittura all’atto performativo vero e proprio, ogni curiosità sarà soddisfatta. O quasi. Il senso ultimo del lavoro dell’artista sembra infatti destinato a sfuggirci, avviluppato com’è tra molteplici livelli di lettura: denuncia, accettazione, riflessione critica, recupero del passato e osservazione del presente sono dimensioni complementari di una realtà sfaccettata.
 
Per saperne di più non resta che proseguire il viaggio tra le realizzazioni più significative della carriera di Liu Bolin. Due inediti si segnalano tra le circa 50 opere in mostra: lo scatto dedicato alla Pietà Rondanini di Michelangelo al Castello Sforzesco di Milano e un altro nella Sala di Caravaggio alla Galleria Borghese di Roma, entrambi del 2019.
E poi le serie che hanno fatto discutere, dall’iniziale Hiding in the city, nata durante la demolizione dello studio nel Suojia Arts Camp, a Migrants, realizzata con gli ospiti di alcuni centri di accoglienza siciliani. E se Shelves ci riporta all’immaginario della società dei consumi, tra scaffali di supermercati ricolmi di merci, in Hiding in Italy l’artista si confronta con la memoria e con la cultura italiana, dal cibo alla cultura, in un nuovo Grand Tour.
 
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