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Asvis: tra i G7 l’Italia registra il maggior calo in aiuti allo sviluppo

L’Italia è il Paese del G7 che nel 2018 ha registrato il calo più significativo negli aiuti allo sviluppo rispetto al 2017: il 15% in meno. Una riduzione legata in buona parte alla ridotta spesa per l’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo. La segnalazione è arrivata dall’ Asvis, l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile nell’ambito del convegno Exco2019 alla Fiera di Roma.

Giovannini: dal 2018 diminuiti i fondi dell’Italia destinati alla cooperazione
«Dal 2018 – ha sottolineato Enrico Giovannini, portavoce dell’Asvis – i fondi destinati dall’Italia alla cooperazione diminuiscono invece di aumentare, allontanandoci dall’obiettivo richiesto dall’Agenda 2030 e su cui ci siamo impegnati. Sono necessari sforzi maggiori per allocare e gestire fondi di aiuto pubblico allo sviluppo concentrandoli verso gli obiettivi fondamentali della lotta alla povertà e alle disuguaglianze».

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Aiuti calo di 853 milioni, pari al 15%
Gli impegni affermati dall’Agenda 2030, nel suo Goal 17, prevedono che i paesi più sviluppati destinino all’Aiuto pubblico allo sviluppo lo 0,7% del Reddito Nazionale Lordo e lo 0,20% ai paesi più poveri. Secondo il Rapporto Asvis, nel 2017 si era raggiunta la spesa di 5 miliardi in Italia, pari allo 0,30% del Pil. Secondo il Rapporto Asvis, nel 2013, con una spesa di € 2.979 milioni, l’Italia aveva invertito la forte tendenza alla diminuzione dei fondi per l’ Aps (Aiuto pubblico allo sviluppo) che durava da oltre un decennio, e la crescita era continuata fino al 2017, dove si è raggiunta la spesa di € 5.079 milioni. Si era passati quindi dallo 0,17% del Reddito nazionale lordo allo 0,30%. Però l’Aps contabilizzato nel 2017 era composto, per oltre un terzo del suo valore, dai costi per i rifugiati in Italia.

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Secondo le stime Oecd-Dac, tra il 2017 e il 2018 l’Aps italiano è passato da 5.858 milioni a 5.005 milioni di dollari, con un calo di circa il 15%. L’Italia è il Paese del G7 che registra il calo più significativo di Aps rispetto all’anno precedente. Questo calo è dovuto in buona parte alla spesa per l’accoglienza. Nella legge di bilancio per il 2019 ci sono fondi per 5.081 milioni di euro, 4.657 milioni per il 2020 e 4.706 milioni per il 2021. La maggior parte sono allocati al ministero dell’Economia e a quello degli Interni, mentre al ministero degli Esteri e della Cooperazione internazionale ci sono 1.336 milioni per ciascuno dei 3 anni, sotto la gestione della Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo e dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo.

Partenariato globale fondamentale per lo sviluppo sostenibile
La quota era però composta, per oltre un terzo del suo valore, dai costi per i rifugiati in Italia. Da cui il calo registrato l’anno successivo. «Il partenariato globale è uno degli strumenti fondamentali per finanziare e consentire lo sviluppo sostenibile portando i Paesi verso gli obiettivi dell’Agenda 2030», ha ricordato Giovannini. «É necessario transitare verso un nuovo modello di sviluppo e mettere in moto quei cambiamenti che possano garantire un futuro di benessere a questa e alle prossime generazioni. L’Agenda 2030 ci offre un altro modo di guardare al futuro: attraverso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, indica una via molto concreta per affrontare in modo integrato le grandi sfide economiche, sociali e ambientali».

Le richieste di Asvis
Asvis chiede all’Italia sforzi maggiori per allocare e gestire fondi l’Aiuto pubblico allo sviluppo verso il loro scopo originario di lotta alla povertà e alla disuguaglianza nei paesi partner. Proprio perché lo scopo dell’aiuto deve essere, per definizione dell’Ocse-Dac, la lotta alla povertà, occorre astenersi dall’utilizzare la cooperazione allo sviluppo per arginare i flussi migratori verso l’Italia e l’Europa. Bisogna salvaguardare un approccio multilivello e coerente, dalla cooperazione alla ricerca e soccorso in mare, alle politiche di integrazione.

Occorre inoltre che si elaborino politiche di sistema che considerino il locale e il globale, la dimensione interna ed esterna dell’Agenda 2030. C’è difficoltà, in Italia, a passare da programmi e progetti anche molto positivi e in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile, a politiche sistemiche e coerenti. Occorre ricercare coerenza tra le politiche che supportano l’internazionalizzazione delle imprese e le politiche di cooperazione per il rafforzamento dell’imprenditoria dei paesi partner e con quelle di rafforzamento della difesa dei diritti umani e del lavoro. A questo fine l’Italia ha elaborato un Piano nazionale imprese e diritti umani, poco noto e non attuato.

Occorre che le politiche del commercio internazionale non siano a discapito di piccole imprese, della piccola agricoltura e delle comunità territoriali, sia in Italia sia nei paesi partner. Per questo l’Italia dovrebbe pretendere che il rispetto delle principali convenzioni relative ai diritti umani, del lavoro e dell’ambiente siano i pre-requisiti di qualunque negoziato commerciale. Occorre integrare la politica migratoria nella strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, con un’ottica di inclusione socio-lavorativa. Un ottimo esempio potrebbe essere la legge 141/2015 sull’agricoltura sociale, che purtroppo è ancora in attesa dei decreti attuativi e delle linee guida.

 

 

 

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