La tre giorni del Pd a Bologna, lontana dalla cronaca dall’attualità politica, ma con l’incubo Salvini

di Emilia Patta

17 novembre 2019


Swg, in corsa Lega e Pd, rallentano M5S e Renzi

4′ di lettura

«Sosteniamo il governo, siamo i campioni del sostegno, e non è la prima volta, ma non siamo le cariatidi del governo e ancora meno un partito che sventola bandierine sotto forma di emendamenti verso questo governo. Ciò nuoce alla stabilità del Paese e l’instabilità la pagano i cittadini italiani. Pensateci prima di agitare bandierine perché il danno è molto serio». A dare il “la” alla giornata conclusiva della tre giorni bolognese di “rifondazione” del Pd – una tre giorni volutamente tenutasi lontana dall’attualità politica legata all’azione del governo Conte nello sforzo di immaginare il Pd del prossimo ventennio – è il commissario Ue nonché ancora presidente del partito Paolo Gentiloni. Ed è così che l’agenda del governo rientra prepotentemente in campo.

Il doppio messagio di Gentiloni
Dalla postazione di Bruxelles l’ex premier dem lancia un doppio messaggio: agli alleati del Pd che sono concentrati solo a piantare bandierine (l’ex premier Matteo Renzi con la sua Italia Viva da una parte e il leader politico del M5s Luigi Di Maio dall’altra), ma anche al premier Giuseppe Conte di cui il Pd è diventato il principale sostegno: «Non siamo le cariatidi del governo».

Zingaretti: non siamo le cariatidi del governo, serve una nuova agenda
Poco dopo è lo stesso segretario Nicola Zingaretti a esplicitare che responsabilità non significa acquiescenza e mancanza di identità, e che non sarà il Pd a pagare il prezzo dell’azione di un governo bloccato dai veti incrociati e dall’ansia di piantare bandierine. Quella che Zingaretti delinea è una vera e propria nuova agenda per il governo Conte 2: «Lo dico al presidente del Consiglio Conte: prepariamo una nuova agenda di questo governo, figlia degli accordi ma anche delle esigenze dell’Italia».

La tabella di marcia
E ancora, senza rinunciare a una venatura di autocritica: «Avremmo dovuto alzare di più l’asticella durante il confronto sul programma quando è nato il governo… Ora è arrivato il momento di rilanciare: bisogna al più presto modificare i decreti sicurezza voluti da Matteo Salvini e approvare lo ius culturae e lo ius soli. Ci batteremo con i gruppi parlamentari. Faremo una legge sull’equo compenso contro lo sfruttamento del lavoro dei giovano professionisti e una legge sulla parità salariale contro lo sfruttamento del lavoro femminile. Ma faremo tutto questo per raggiungere l’obiettivo e non per mettere bandierine sui giornali. Vogliamo inoltre rilanciare gli investimenti, a cominciare da quelli verdi, vogliamo una nuova politica industriale e vogliamo una più equa ridistribuzione del carico fiscale».

Il M5s frena, ma la porta dei Dem resta aperta. Anche in Emilia
A ricordare al Pd la difficoltà di dettare l’agenda con un M5s in preda a movimenti centrifughi e con il leader Di Maio che dopo la sconfitta dell’alleanza in Umbria sta prendendo tutte le distanze possibili dal Pd arriva però subito la precisazione da parte dell’alleato di governo: «É sconcertante che il Pd pensi allo ius soli mentre il Paese è sott’acqua». Della serie: oggi come ieri per il M5s il cambio di passo sull’immigrazione non è una priorità. Eppure il tema dell’alleanza “strutturale” con i pentastellati resta al centro della riflessione politica dei democratici in questa fase.

Sperimentare alleanze
Nella tre giorni bolognese lo hanno ricordato dirigenti come Dario Franceschini e Goffredo Bettini («non sarà facile ma è l’unica strada»). E nel discorso di chiusura lo ha ribadito anche Zingaretti: «Stiamo vivendo una difficile esperienza di governo, ma ribadiamo la scelta di sperimentare le alleanze. Qualcuno dice “non vogliamo un accordo storico con il M5s”. Ma che vuol dire? Non si governa tra avversari politici, ma solo se si condividono almeno i fondamenti di una prospettiva politica e si calano nei territori. Ci vuole tempo, certo».

Obiettivo: sconfiggere la destra sovranista
La linea resta dunque quella tracciata già in estate nonostante i distinguo di Di Maio dopo la sconfitta umbra: costruire a partire dall’alleanza di governo un fronte anti-sovranista che possa battere la destra di Salvini alle prossime elezioni. Perché, anche se la vocazione maggioritaria è ribadita nonostante il via libera alle modifiche allo statuto che cancellano l’automatismo della coincidenza della figura di segretario del partito e candidato premier, Zingaretti ricorda che «occorre costruire un campo largo per sconfiggere la destra sovranista: il Pd da solo non può bastare».

 

 

 

 

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