“Abbiamo viaggiato per migliaia di chilometri nella speranza di immergerci in una natura selvaggia, più lontana possibile dall’impatto dell’uomo. Ma siamo atterrati in piena crisi climatica”

Prima tappa – Melbourne

Siamo atterrati a Melbourne sulla  costa Meridionale dell’Australia. Fortunatamente ci troviamo a 200 chilometri più a Ovest dei grandi incendi di Sidney. Siamo in piena estate e il caldo è intenso e asciutto. Anche lontani dal dramma dei  fuochi si percepisce l’enorme rischio degli incendi. Sono anni che questo grandissimo paese deve fare i conti con devastanti siccità e temperature in impennata. Chiunque si metta in viaggio deve aggiornarsi sul rischio incendi e sulla percorribilità delle strade. Lo facciamo anche noi utilizzando internet…ma chi non è connesso è più a rischio di ritrovarsi all’improvviso sul fronte del fuoco.
Abbiamo viaggiato per migliaia di chilometri nella speranza di immergerci in una natura selvaggia, più lontana possibile dall’impatto dell’uomo. Ma siamo atterrati in piena crisi climatica: l’Australia prima ancora di altri paesi é alle prese con le conseguenze del global warming.
Eppure non c’è un gesto, un’azione, un richiamo che solleciti dei comportamenti più “climate friendly”. Siamo nel pieno di un’economia energivora: aria condizionata gelida, enormi SUV, consumi insostenibili, caratterizzano la vita degli australiani. Chi ci circonda non sembra porsi molte domande e la vita continua con il business as usual in un territorio in fiamme. Cos’altro deve succedere perchè qualcosa cambi?
D’altronde siamo in un paese dove il primo ministro dice di non poter mettere a rischio l’economia australiana per le politiche sul clima. Non dobbiamo dimenticarci che l’Australia è un’economia basata sul carbone, il peggior nemico del clima: sono il secondo paese al mondo per emissioni di CO2. 

Seconda tappa – le foreste pluviali

Ci spostiamo verso Sud-Ovest per visitare le grandi ultime foreste pluviali australiane, nel Great Otway National Park. Sono foreste con una grandissima varietà di eucalipti – alcuni giganteschi – circondati da felci arboree e fioriture strordinarie. Uno scenario primordiale dove sembrano mancare solo i dinosauri. Sono gli ultimi brandelli delle grandi foreste pluviali che coprivano questo versante dell’Australia. L’eucalipto, che da noi è un albero straniero è qui nella sua terra natale ed è tutta un’altra cosa. Ce ne sono di ogni tipo: giganteschi, piccoli, alti, bassi, fioriti di ogni colore, spinosi. 
Non lo sapevo, ma sono loro gli alberi più grandi dell’emisfero australe,  proprio come le sequoie lo sono di quello boreale. Alcuni di eucalipti possono raggiungere i 20 metri di circonferenza. Anche queste foreste, per quanto cosiddette pluviali, sono prostrate dalla siccità. Lo si vede nei ruscelli secchi e nel sottobosco riarso, perfetta miccia per ogni tipo d’incendio. 
Nel parco vediamo i koala. Li scopriamo per puro caso completamente mimetizzati nella canopy (la volta della foresta) argentata degli eucalipti. Dobbiamo osservarli con il binocolo per quanto si trovano in alto. Il loro movimento ondeggiante tra le fronde mosse dal vento ci fa venire il mal di mare. Sono animali straordinari e incredibilmente vulnerabili; sono indissolubilmente legali ai loro alberi e nel caso di incendi ne seguono il drammatico destino. Chi li studia sa che la loro morbidissima pelliccia profuma profondamente di eucalipto. 
Li guardiamo con tristezza pensando ai tanti animali (e non solo koala) che stanno morendo negli incendi australiani. Si pensa che negli incendi di queste settimane sia scomparso  un terzo della principale popolazione di koala.
Anche i koala soffrono drammaticamente la siccità: le fogli degli eucalipti perdono il loro normale contenuto di acqua e i piccoli marsupiali si disidratano debilitandosi. Il triste destino dei koala sembra stare molto a cuore agli australiani…eppure non basta a motivarli nella lotta ai cambiamenti climatici.

Terza tappa – il volo verso la Tasmania

Ritorniamo all’areoporto di Melbourne, in un clima sempre più torrido. In 12 ore  la temperatura è passata da 22 gradi a 35. Negli edifici l’aria condizionata è a palla. Il vento è girato da Nord facendo salire vertiginosamente il rischio di incendi. Prendiamo il nostro volo diretto ad Hobart in una tempesta di vento. Mi chiedo se le linee aeree si stiano preparando ad eventi climatici sempre più intensi.
L’aereo ha bisogno di due tentativi per atterrare su una pista spazzate dalle folate. All’apertura dei portelli (per quanto felici di essere di nuovo a terra) la sorpresa: in un’isola – la Tasmania – che dovrebbe avere temperature scozzesi, il termometro segna 43 gradi. La più alta temperatura mai registrata ad Hobart. Ahimè Anche la Tasmania ė in prima linea sul fronte dei cambiamenti climatici. 
Secondo l’ultimo rapporto dell’IPBES il 75% degli ecosistemi terestri é stato impattato dall’uomo. La mia speranza qui in Tasmania è quella di godere degli ultimi territori selvaggi del pianeta. La bellezza dei paesaggi é struggente e le smisurate foreste che si tuffano nell’oceano, le spiagge infinite e bianchissime, i fiumi, gli estuari, le cascate, i fiordi, i graniti ricoperti di licheni fiammanti, rappresentano al meglio quel che rimane della wilderness terrestre. Siamo lontani dall’Australia, abbracciati dall’oceano e rivolti verso l’Antartide. Speriamo di esserci lasciati alle spalle il dramma degli incendi. D’altronde siamo a più di 400km dalle coste Australiane, in pieno oceano.

Quarta tappa – il fumo avvolge la Tasmania 

Ci svegliamo nel nostro terzo giorno in Tasmania in un cielo plumbeo. La gola brucia e l’odore di incendio è nei polmoni. La temperatura è tornata ad essere rovente. Nel paesino dove ci troviamo – St Helens – le persone cercano riparo nei locali e camminano per strada con fazzoletti davanti la bocca. La visibilità è scarsissima. Le persone a cui chiediamo l’origine di tutto il fumo ci rispondono che devono esserci incendi molto vicini. La mia impressione è diversa. Dopo aver seguito a lungo gli incendi in Amazzonia so che quando brucia una grandissima estensione di foreste, proprio come sta accadendo in Australia, il fumo può arrivare lontanissimo, portato dalle correnti di alta quota. La sera navigando su internet ho la conferma dei miei timori: gran parte della remota Tasmania è avvolta dal fumo degli incendi della costa orientale dell’Australia. La portata della devastazione è enorme e il vento ne porta la testimonianza fino in Nuova Zelanda.
Stanno bruciano in Australia le ultime foreste naturali di eucalipti. Non bruciano solo questi straordinari alberi con i koala, ma le fiamme divorano opossum, canguri grandi e piccoli, wallaby, wombat, ornitorinchi, echidna. La straordinaria biodiversità australiana che mi ha spinto a venire fino a qua. Leggo con ansia che anche il parco nazionale che abbiamo visitato pochi giorni fa è stato chiuso per l’altissimo rischio di incendi. 
Le immagini dallo spazio sono le più chiare: fanno vedere esattamente la dimensione dei roghi e il fronte del fumo che si muove dall’Australia verso l’oceano. Temo che sarà impossibile d’ora in poi non guardare al cielo e continuare a pensare a quello che sta succedendo alle foreste australiane.
In tutto il pianeta gli incendi provocati e facilitati dall’uomo stanno distruggendo quegli ultimi spazi selvaggi da cui dipende la vita di tutti.

Quinta tappa – peggiorano gli incendi in Australia

Oggi è atterrata in Australia Benedetta (amica e collega). Ha organizzato un viaggio diverso dal nostro, nel Nuovo Galles del Sud e nello stato di Victoria, oggi purtroppo al centro dei grandi incendi. Abbiamo pochissime sue notizie via whatsapp, ma sappiamo che ha dovuto abbandonare il programma di visitare Kangaroo Island (meta molto ambita dai turisti di ogni paese) perchė l’isola è stata evacuata per l’emergenza incendi. Un altro piccolo scrigno di natura divorato dalle fiamme che nessuno di noi potrà più godere per come era.
In Australia il fronte degli incendi continua ad allargarsi e vani sembrano essere gli sforzi dei vigili del fuoco e di migliaia di volontari che, con turni estenuanti, cercano di far fronte alle fiamme. Neanche l’attivazione dell’esercito, comprese tutte le riserve, riesce a mitigare gli impatti di questa catastrofe.
Chi sono i colpevoli degli incendi? Primi tra tutti sono la siccità e le tmperature bollenti – causate dal global warming – che hanno trasformato le foreste in prede facilmente divorabili dalle fiamme. Poi c’è la stupidaggine umana che galoppa senza briglia e innesca i roghi per caso (sigarette, barbeque, scintille da operazioni di vario tipo) o per crimine. Una piccolissima porzione sono gli incendi naturali causati da fulmini.
È vero che gli incendi in Australia fanno parte dei processi ecologici e che gli aborigeni hanno sempre utilizzato le fiamme per gestire e sopravvivere in una natura dura e impervia. Ma quello che sta succedendo oggi è di una portata completamente diversa e in un contesto del tutto trasformato. Quello che oggi brucia sono gli ultimi tasselli di ecosistemi naturali a cui non possiamo assolutamente rinunciare.
La lotta agli incendi è  una vera propria guerra combattuta da eserciti di perdenti: anche se oggi riusciremo a fermare le fiamme in Australia, chi fermerà la portata di tutto quello che i cambiamenti climatici ci riserveranno?

Sesta tappa – Non solo Koala

Siamo nel massiccio montuoso centrale della Tasmania dove il parco nazionale di Cradle Mountain protegge straordinarie foreste e incredibili formazioni glaciali. Scopriamo che la wilderness di quest’isola é riconosciuta dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. 
Sono ormai rarissimi i luoghi del pianeta che ancora conservano ampi tratti di foreste temperate naturali. Il parco è spettacolare  e ci riempiono gli occhi i laghi glaciali immersi tra eucalipti fioriti e faggi.
Tornati a casa, dopo 18 chilometri di trekking, accendiamo la televisione per seguire l’aggiornamento  sul dramma degli incendi. Sono salite a 24 le vittime delle fiamme e sono più di 1800 le abitazioni distrutte. Le fiamme non sembrano fermarsi in nessun modo e la situazione è ogni giorno peggiore. Il telegiornale ci informa che è già stato  distrutto dalle fiamme un totale di 6,5 milioni di ettari: una superficie grande come tre volte la Toscana o 5 volte il Lazio.
Continua a bruciare la bellissima Cangaroo island dove purtroppo  vive un’importante popolazione di koala. Le fiamme avrebbero già ucciso il 50% dei koala che vivevano sull’isola. I cittadini più consapevoli della connessione tra gli incendi e i cambiamenti climatici iniziano a chiedere che l’Australia cambi le proprie politiche energetiche e dimostri finalmente leadership nella battaglia ai cambiamenti climatici. È quello che tutti noi ci aspettiamo. Se non ci riescono queste drammatiche vicende siamo spacciati.
Ma le vittime dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale non solo sono i koala, oggi i giornali riportano la decisione in Australia di abbattere 10.000 dromedari. I dromedari vennero introdotti in Australia dagli inglesi nell’800 per il trasporto nel deserto ma si sono successivamente inselvatichiti e riprodotti. 
La devastante siccità spinge questi poveri animali ad avvicinarsi agli insediamenti umani nella disperata ricerca di acqua. Da domani squadre di cacciatori professionisti daranno la caccia a questi poveri animali dal cielo, su elicotteri messi a disposizione dal governo.  
Quanti animali ancora dovranno pagare le conseguenze della nostra follia?
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